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updated 12:10 PM UTC, Jun 3, 2020

La pandemia da coronavirus mette a confronto il federalismo tedesco e il centralismo francese

Lo stress test dovuto alla pandemia da Covid-19, mettono a dura prova le due nazioni, mettendo in luce i punti di forza e le debolezze delle due super potenze europee


La pandemia da coronavirus è un test di stress per i paesi e sistemi politici. Lo è anche per diversi modelli di organizzazione statale. Germania e Francia, il paese federale e il paese centralizzato per eccellenza nell'Unione europea, hanno gestito la crisi in modo differente portando a risultati opposti: secondo l'ultimo conteggio vi sono 3.868 morti in Germania e oltre 18.000 in Francia. Il decentramento tedesco, fondato sulla cooperazione tra i membri della federazione, sposta l'onere delle misure sanitarie verso i länder, che concordano con il governo federale e con i centri di ricerca scientifica distribuiti in tutto il paese, le linee generali delle restrizioni. La centralizzazione francese, che concentra il potere a Parigi e nel presidente, ha consentito un rapido processo decisionale, ma l'onnipotenza dello stato potrebbe aver aumentato i costi di errori e imprevedibilità.

GERMANIA
 
La Germania ha contenuto il virus, almeno per ora, in modo più efficace rispetto ad altri paesi europei. Che ruolo ha avuto il sistema federale in questo successo ancora precario, investimenti in spese sanitarie e ricerca in passato, diagnosi precoce del virus e persino fortuna, ma forse è ancora troppo presto per avere un dato certo. La verità è che il processo decisionale e gestionale politico in Germania differisce sostanzialmente da altri paesi vicini come la Francia o la Spagna. Nulla di simile allo stato di allarme degli altri paesi europei è stato dichiarato in Germania e il governo centrale non ha deciso o implementato unilateralmente le misure per contenere il virus. Sono i länder coloro che hanno una responsabilità cruciale sulle norme per bloccare la diffusione del virus. Quella pluralità politica nel processo decisionale, spesso ingombrante e complessa, potrebbe essere vantaggiosa agli occhi dei cittadini, che non hanno visto diminuire i loro diritti e le loro libertà.
La Germania è ora il quinto paese con il più alto numero di infezioni, 133.830, ma il bilancio delle vittime rimane relativamente basso, sono 3.868 secondo i dati del Robert Koch Institute. Soprattutto, il sistema sanitario non è stato travolto. Dall'inizio dell'epidemia, la Germania ha aumentato il numero di letti nelle unità di terapia intensiva da 28.000 a 40.000. Questo venerdì, 11.312 erano ancora disponibili. La curva sembra essere stata piegata per giorni, senza il totale confinamento e consentendo a ogni stato federale di adattare le linee guida di isolamento, concordate con il governo federale in funzione dei singoli bisogni o necessità. 
La divisione delle funzioni e delle competenze tra lo stato federale e i länder ha frammentato il processo decisionale in un momento in cui la velocità e la coesione assumono particolare rilevanza. La normativa sanitaria con l'articolo 32, attribuisce alle federazioni il ​​potere di adottare le misure necessarie per combattere le infezioni. Da quando è scoppiata l'epidemia, la coreografia politica in Germania è sempre stata la stessa. Il cancelliere tedesco Angela Merkel presiede la videoconferenza con i capi di governo dei länder e si stabiliscono le regole, ad esempio, la regola di riunirsi in gruppi al massimo di due persone con un metro e mezzo di distanza. Il governo raccomanda e coordina e ciascuno Stato decide quando e come attuare le misure. Un esempio è la graduale apertura delle scuole, che avrà inizio il 4 maggio, in Baviera, il paese più colpito dalla pandemia, partirà la settimana successiva.

Questa pluralità e una maggiore vicinanza delle autorità regionali con i governati assume un significato di fronte alla massiccia restrizione dei diritti e delle libertà imposte. E' molto importante per i cittadini che non sia solo una persona a decidere a Berlino, ma che ci siano le 17 persone che condividono il potere dei singoli stati federali. Oltre al processo decisionale, gli esperti attribuiscono al sistema sanitario tedesco, anche decentralizzato, parte del successo di fronte alla crisi. I laboratori di tutto il paese sono stati avvisati e istruiti da Berlino a metà gennaio sulla necessità di eseguire test diagnostici. Ricarda Milstein, presidente del centro di economia sanitaria di Amburgo, spiega che “il governo centrale ha assunto un ruolo più attivo. Sono sorpreso dal buon coordinamento che ha avuto luogo tra i diversi attori ”, afferma, riferendosi alle compagnie di mutua assicurazione e alle associazioni di professionisti della salute entrate in campo in questo difficile momento.

FRANCIA

Quando Emmanuel Macron ha annunciato lunedì scorso la fine progressiva del confinamento della popolazione a partire dall'11 maggio, la notizia ha sorpreso tutti i livelli dello Stato. Secondo Le Monde la maggior parte dei ministri ne era venuto a conoscenza, solo un quarto d'ora prima del discorso del presidente alla nazione . Il resto, dall'ufficio del sindaco di Parigi a quello della città più lontana dalla capitale, lo scoprì contemporaneamente agli oltre 36 milioni di francesi che videro Macron in televisione. 

Questa è la Francia, un paese in cui il solo presidente adotta misure che cambiano il corso della società. Il paese in cui il capo dello stato e l'élite tecnocratica che lo circonda, presi dalle inerzie di una particolare cultura burocratica, concentrano più potere che in qualsiasi altra grande democrazia occidentale. Il paese in cui vengono prese le decisioni a Parigi e in cui il principio egualitario della Rivoluzione del 1789 continua ad essere un freno alla vera decentralizzazione o all'accettazione delle eccezioni regionali. Il coronavirus, che ha già causato oltre 18.000 morti in Francia collocandola nello spettro dei paesi europei più colpiti, un po 'indietro rispetto a Italia e Spagna, ha testato la capacità del modello francese di rispondere a una crisi di proporzioni insolite. Il risultato è ambivalente. Dominique Reynié, direttore generale del laboratorio di idee Fondapol afferma, "Se si parla di mascherine, test, letti d'ospedale, macchine per la rianimazione, non ce ne sono abbastanza. Lo stato centralizzato e potente, con un capo eletto dal popolo, quando arriva una vera crisi si scopre impreparato. Penso che questo lascerà una indelebile traccia. Forse questo porterà a una ricomposizione politica più leggera, più decentralizzata, più girondina”, aggiunge riferendosi ai girondini che, durante la Rivoluzione francese, si opposero ai giacobini, che erano centralizzatori. Allo stesso tempo però, l'organizzazione centralizzata ha permesso di reagire rapidamente nei momenti più difficili. La mobilitazione di risorse economiche e l'adozione di leggi eccezionali è stata immediata. E, nella battaglia per la salute, i treni civili e gli aerei militari che trasportavano pazienti dall'Alsazia, area più colpita, insieme all'Île-de-France regione parigina, per decongestionare gli ospedali e spostarli in altri punti del territorio proiettarono l'immagine di uno stato che corre come un orologio di precisione.

"In Francia non si è verificato alcun problema con il collasso del sistema di terapia intensiva", afferma François Heisbourg, consulente del think tank International Institute for Strategic Studies. "Il sistema ospedaliero non ha smesso di funzionare e non ci sono stati problemi sostanziali di tipo Madrid contro Barcellona, ​​né abbiamo dovuto gestire problemi di solidarietà all'interno del paese". "Il sistema napoleonico", spiega Heisbourg, "ha funzionato abbastanza bene, soprattutto per quanto riguarda la distribuzione dei malati secondo le zone più in difficoltà". 

Heisbourg usa il termine "napoleonico" per riferirsi al sistema centralista o Giacobino. Ma chiarisce: "Il sistema napoleonico è fastidioso quando si commettono errori. Perché allora le conseguenze di questi errori sono napoleoniche. Errori come non aver iniziato i test abbastanza presto, rapidamente e in modo massiccio potevano essere evitabili. Le conseguenze sono state enormi, invece in un sistema decentralizzato, se un governo federale, commette un errore, questo può essere relativamente ridotto su scala nazionale ”. Un altro errore comune anche in altri paesi, è stata la lentezza delle macchine statali nel reagire quando la notizia dell'epidemia arrivò dalla Cina a gennaio.

Queste semplici considerazioni ci devono portare a pensare ad una nuova ristrutturazione che tutti i governi centralizzati dovrebbero fare attuando il modello tedesco. Un modello che non impoverisce la politica ma semplicemente differenzia gli interventi politico/economici/sanitari, in funzione della struttura territoriale e delle differenti esigenze.

 

Conte incoraggia la no-fly zone in Libia e si schiera con gli europeisti Merkel e Macron

In questo modo, si può ottenere la "cessazione immediata delle ostilità", afferma il Primo Ministro. 


 Giuseppe Conte ha descritto la creazione di una no-fly zone in Libia come opzione per risolvere il conflitto nella guerra civile del Nord Africa. "Una zona di non volo può anche essere uno strumento per raggiungere un obiettivo come la cessazione immediata delle ostilità", ha dichiarato Conte alla conferenza stampa di fine anno che si è tenuta questa mattina a Roma. L'Italia sostiene pienamente l'iniziativa per una conferenza sulla Libia a Berlino all'inizio del 2020.

"Vi è un'intensa attività diplomatica in Italia che spesso non è visibile", ha dichiarato Conte, riferendosi all'ex colonia italiana. Inoltre Conte riferisce di aver parlato con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e con il presidente russo Vladimir Putin, sulle conseguenze dell'intervento militare prospettato dal presidente turco, una nuova guerra che comporterebbe molte vittime civili, eppure nessuna delle due parti vincerebbe.

Erdogan ha annunciato che all'inizio di gennaio 2020, avrebbe presentato una proposta al parlamento turco, per fornire supporto militare al governo libico. Dalle parole di Erdogan inizialmente non era chiaro quale tipo di truppe volesse schierare. La Turchia e il governo unitario in Libia avevano precedentemente concluso un accordo globale di sicurezza e cooperazione militare. Ciò potrebbe consentire alla Turchia di inviare addestratori e consulenti militari.

L'Italia, come la Turchia, affianca il governo del Primo Ministro sostenuto dall'ONU Fajez Sarradsch a Tripoli in Libia. La Russia e altri paesi stanno invece supportando il generale Chalifa Haftar, che è attivo nella parte orientale della Libia e sta cercando di conquistare Tripoli da mesi. 

Conte ha sottolineato che l'UE si sta ancora una volta impegnando per una pace in Libia, già all'ultimo vertice dell'UE era già stato redatto un documento congiunto con il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron, che preannunciava maggiori investimenti militari su quel fronte.

Circoli del Ministero degli Affari Esteri riferiscono che il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha già ricevuto l'approvazione iniziale dalle sue controparti europee per attivare la procedura proposta da Conte dell'UE sulla Libia, ma ci sono ancora molti dettagli da chiarire.

Quello che invece è sempre più chiaro è l'intenzione di Conte di stringere accordi e sinergie con le due principali potenze europee, la Germania e la Francia, sarà l'inizio di una rinascita politico economica oppure l'inizio di una "d'orata schiavitù"?

Parigi: migliaia di persone alla controversa marcia contro l'islamofobia (foto e video)

In migliaia nelle strade della capitale francese per denunciare atti contro i musulmani


Qualche migliaio di persone si sono riunite Domenica pomeriggio a Parigi per una manifestazione contro l'islamofobia, per denunciare tutti gli atti anti-musulmani dovuti a intimidazioni e forti differenze politiche.

 

 

"Sì alle critiche alla religione ma non all'odio del credente", "fermate all'islamofobia", "vivere insieme, è urgente", si legge sui cartelli dei manifestanti riuniti di fronte alla Gare du Nord, in mezzo a un caos di cartelli trovavano posto anche molte bandiere francesi. 

 

"Solidarietà con le donne velate", hanno detto i partecipanti. La Francia è il paese dell'Europa occidentale con la più grande comunità musulmana (7,5% della popolazione), infatti si registrano manifestazioni in altre città transalpine. 

Questa marcia, su invito di diverse personalità e organizzazioni come il collettivo contro l'islamofobia in Francia e dall'appello del quotidiano "Liberation" il 1° Novembre esattamente 4 giorni dopo l'attacco a una moschea a Bayonne, rivendicato da un ex attivista di destra di 84 anni.

 

 

Il messaggio iniziale era di dire "STOP all'islamofobia", la "crescente stigmatizzazione" dei musulmani, vittime di "discriminazione" e "aggressioni".

Una manifestazione che vede diviso in due il governo francese, la sinistra si schiera a favore dei fratelli mussulmani, numerosi rappresentanti della sinistra radicale del partito        "France Insoumise" erano presenti, tra cui il suo leader Jean-Luc Mélenchon.

 

 Jean-Luc Mélenchon

 

Per il presidente del partito di estrema destra "Rassemblement Nationale", Marine Le Pen, "tutti coloro che andranno a questa manifestazione viaggeranno di pari passo con gli islamisti, vale a dire saranno complici di coloro che sviluppano nel nostro paese, un'ideologia totalitaria che mira a combattere le leggi della Repubblica francese ".

 

 

L'eurodeputata Aurore Bergé, portavoce del partito macronista, ha definito la manifestazione come "una marcia che attacca lo stato e usa in modo improprio un termine (islamofobia) che come è ben noto è usato solo per scopi politici". D'altra parte, "se domani ci fosse una grande marcia per combattere il razzismo in tutte queste forme, saremmo i primi ad essere presenti", ha continuato.

 

A Pechino, Emmanuel Macron e Xi Jinping si sono uniti nelle critiche a Donald Trump

Il terzo e ultimo giorno della visita del Capo di Stato francese in Cina è stato caratterizzato dalla firma di circa 40 accordi e contratti.


I diplomatici lo sanno: niente di meglio per avvicinare due paesi che trovare un avversario comune. Incontro a Pechino mercoledì 6 novembre, terzo e ultimo giorno della visita ufficiale di Emmanuel Macron in Cina, il presidente francese e il suo omologo Xi Jinping hanno mostrato le loro convergenze di vedute, persino la loro unità, di fronte all'unilateralismo di Donal Trump, sia in campo commerciale che ambientale e sulla questione iraniana.

Dopo un'intervista al Palazzo del Popolo, i due capi di stato hanno descritto l'accordo sul clima di Parigi come "processo irreversibile" e "bussola", denunciando formalmente gli Stati Uniti. In un "Appello di Pechino sulla conservazione della biodiversità e sui cambiamenti climatici", pubblicato per l'occasione, entrambi i paesi affermano "il loro forte impegno a migliorare la cooperazione internazionale in materia di cambiamenti climatici per garantire l'attuazione dell'accordo, di Parigi totale ed efficace .

"Deploro le scelte fatte da alcuni e voglio comprenderle come scelte marginali", ha dichiarato Emmanuel Macron, un chiaro riferimento alle esternazioni di Donald Tump ma senza mai menzionare gli Stati Uniti. "Perché quando Cina, Unione Europea, Russia (che ha ratificato l'Accordo di Parigi qualche settimana fa), si impegnano fermamente, la scelta isolata dell'uno o dell'altro non è sufficiente per cambiare rotta, servono solo a emarginare e isolare".

Qualche istante prima, i due capi di stato avevano elogiato il multilateralismo, in un attacco non troppo inequivocabile contro Donald Trump. A sua volta, Xi Jinping ha affermato la sua opposizione alla "legge della giungla e agli atti intimidatori " , "protezionismo e gioco a somma zero" e "il tentativo di porre gli interessi nazionali al di sopra di quelli dell'umanità.

Il crescente populismo, potrebbe scuotere la stabilità dell'Europa alle prossime elezioni?

Una delle principali fonti d'informazione del parlamento europeo, afferma che l'aumento dei partiti antieuropei potrebbe creare il "caos" in parlamento


È la più grande competizione elettorale in Europa, ma lascia spesso molti elettori indifferenti, l'affluenza alle elezioni del Parlamento europeo è in continuo calo fin dai primi voti nel 1979. Potrebbe essere questa volta diversa? Le prossime elezioni europee si terranno nel maggio 2019, meno di due mesi dopo ecco il giorno della Brexit e mai prima d'ora le elezioni erano state etichettate in modo così decisivo, da così tanti leader europei. Durante la sua fortunata corsa alla presidenza francese, Emmanuel Macron si è candidato anche  come leader delle forze anti-populiste e filo-UE e i suoi avversari sono desiderosi di unirsi alla grande battaglia. Matteo Salvini, leader del primo partito della anti-UE nel nostro paese, ha dichiarato che le elezioni sarebbero "un referendum tra l'Europa delle élite, delle banche, della finanza, dell'immigrazione e del lavoro precario" contro " l'Europa delle persone e del lavoro ". Il primo ministro nazionalista ungherese, Viktor Orbán, ha affermato che il voto sarà un'occasione per dire addio "non solo alla democrazia liberale ... ma all'élite del 1968" .

Partiti come Lega, Alternative für Deutschland in Germania e il Rally National potrebbero destabilizzare il parlamento e portare una forte ventata populista nel cuore europeo. Un recente sondaggio ha mostrato che il  Rally National, sta precedendo Macron, con il 21% contro il 19% per il partito del presidente.

A Bruxelles sono stati lanciati tre scenari che dimostrano l'incertezza delle elezioni: un'ondata decisiva per i partiti anti-UE, guadagni inaspettati per i partiti pro-europei e una terza possibilità di confusione tra i due. "Un pasticcio è il risultato più probabile", ha detto una fonte europea di alto livello definendo questo come un risultato "grigio" un "progresso da parte dei populisti, che comunque lascerà ancora una forte maggioranza di almeno 400 eurodeputati pro-UE". Questo "casino" segnerà probabilmente la fine della grande coalizione - i due grandi blocchi che rappresentano il centro-destra e il centro-sinistra, che dominano il parlamento e attualmente detengono il 54% dei 751 seggi dell'assemblea.

Il partito popolare europeo di centro-destra si sta indebolendo, a causa delle scarse prestazioni sui territori dei diversi paesi membri, dove principalmente vengono riconosciuti i partiti locali, e si divide anche su come gestire il difficile membro ungherese, leader di un paese che mette in discussione molte libertà democratiche.

Nel frattempo, il partito socialista e democratico di centrosinistra dovrebbe perdere seggi, dato che i suoi membri continuano a scarseggiare in gran parte dell'Europa, la fazione S&D  sarà anche duramente colpita dalla perdita di 20 deputati laburisti quando il Regno Unito lascerà ufficialmente la UE.

"Esiste un alto rischio di paralisi", ha dichiarato Heather Grabbe, direttrice dell'Open European Society Institute, "Con l'aumento delle sfide per l'Unione europea , potrebbe essere impossibile ottenere una legislazione attraverso la costituzione di un parlamento. Diventa quindi più difficile lavorare con il metodo comunitario e questo avrà un grande impatto".

Le elezioni europee non solo determinano la composizione del parlamento, ma determineranno la spartizione dei migliori posti di comando dell'UE, nel 2019, scadranno i mandati delle presidenze della Commissione europea e del Consiglio europeo.

Le elezioni europee - in realtà una serie di elezioni nazionali - mettono alla prova la temperatura della politica interna. "Molti usano le elezioni europee per mostrare un cartellino rosso o giallo al governo", afferma Janis Emmanouilidis, direttore degli studi presso l'European Policy Centre. Pensa che i guadagni per i partiti anti-UE "creerebbero pressioni a livello nazionale", il che significa che i 27 Stati membri dell'UE divisi sono ancora meno propensi a concordare le questioni complesse della riforma o della migrazione della zona euro. 

Sia il futuro dell'euro che la migrazione saranno probabilmente al centro della scena durante la prossima campagna elettorale, che non solo documenta le grandi differenze tra i partiti "pro-UE" e "no-UE", ma rischia anche di alimentare miti su ciò che l'UE sta realmente facendo e non facendo, portando i popoli comunitari ad incolpare il governo centrale anche di ciò di cui non è realmente responsabile, facendo perdere di vista le discussioni sui reali poteri, come la "pericolosa POLIZIA EUROPEA"

 

La Meloni che non ti aspetti: "Se in Siria si fa ancora il presepe è anche grazie a Hezbollah". Che risposta a Salvini! Vi spieghiamo i motivi di queste parole (VIDEO)

"Se in Siria è ancora possibile fare i presepi, se ancora è possibile difendere la comunità cristiana, è anche grazie a un fronte nel quale ci sono il governo di Assad, la Russia, l’Iran e le milizie libanesi di Hezbollah". Giorgia Meloni replica così alle dichiarazioni del vicepremier e ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aggiungendo che quando si tratta di questioni internazionali "le semplificazioni non aiutano". Cosa c'è dietro?


La geopolitica ai tempi del populismo e un mercato di voti contesi tra i due leader italiani del fronte sovranista, teoricamente alleati, praticamente concorrenti, in vista delle prossime elezioni europee. Già, al di là dei rapporti di forza, oggi nettamente a favore di Salvini, o proprio in ragione dei medesimi, si sta giocando una derby piuttosto teso tra il soverchiante Matteo e la scalpitante Giorgia. Ma non solo. Ci sono due inclinazioni diverse nell'interpretare quella che era o è la "destra" italiana.

LUI - Salvini è astuto e ha fatto praticamente il pieno con il suo predicare spiccio di legge, ordine e padronanza di casa nostra. Ha avuto buon gioco con i suoi slogan più semplici di una felpa a tema geografico e si è potuto permettere persino il lusso di citare ripetutamente alla lettera la Buonanima di Benito Mussolini, lui che fascista non lo è mai stato nemmeno un minuto nella sua vita scandita in gran parte dai riti padani e dal Milan. Però ha studiato, eccome (ne abbiamo le prove), checché ne dicano i detrattori.

LEI - Dall'altra parte c'è la Meloni, ex ragazzina dell'ultimo Fronte della Gioventù, sezione di Colle Oppio, baluardo mitico dei camerati romani alla cui sede la giunta ha Raggi ha recentemente messo i sigilli. E' lì che nasce la sua identità insieme a una rapida e vivace carriera politica. Vince pur non largamente, appoggiata da Maurizio Gasparri, il congresso dei giovani di An contro uno dei suoi attuali colonnelli, il milanese Carlo Fidanza, allora della corrente di Alemanno. Quindi scala rapidamente le gerarchie del partito finiano raggiungendo persino una poltrona ministeriale, secondaria ma "mica cotica". Bene, tralasciando i tormenti intermedi, da qualche anno guida quei Fratelli d'Italia che sono gli unici eredi parlamentari del Msi e del postfascismo successivo.

Da ciò derivano fondamentalmente due cose: che la presidente di FdI ha una storia bene precisa che interpreta sì liberamente e pragmaticamente, ma con molti meno complessi rispetto a noti colleghi più anziani; inoltre, che con quella storia deve fare ancora i conti, con tutto quanto ne consegue. Tradotto: non può sembrare troppo "fascista" perché sennò se la mangiano viva avversari e commentatori né può mollare troppo la piazza, altrimenti il capitano leghista le porta via anche i resti dell'eredità.

PERCHE' HEZBOLLAH - Piccola digressione. Il mondo sotterraneo del neofascismo ha vissuto sempre in modo tormentato le questioni geopolitiche, senza che le vicende mediorientali facessero eccezione. L'antisemitismo non c'entra, o c'entra fino a un certo punto. La dirigenza di quello che fu il Msi è sempre stata filo-israeliana, più ancora che filo-americana, giacché la lacerante contrapposizione Usa-Urss creava molti dubbi e interrogativi amletici. Furono vicini allo Stato ebraico fior di fascistoni e dal viaggio di Giulio Caradonna in poi l'elenco sarebbe lungo. Poco scandalo, non fosse stato altro che per altri rinnegamenti, avrebbe suscitato dunque a ben nota visita di Gianfranco Fini. D'altro canto, invece, le componenti più rivoluzionarie e radicali della destra, dentro e fuori il partito, stavano con gli arabi e con gli oppressi palestinesi. Persino la guerra in Libano fu divisiva, tra chi andò ad addestrarsi nella Falange maronita legata a Israele e chi parteggiava apertamente per i miliziani che combattevano contro l'invasore con la Stella di David. Hezbollah, il partito di Dio, braccio armato dell'Iran nel paese dei cedri, non è mai dispiaciuto dunque a un certo ambiente, così come il regime fondato dall'ayatollah Khomeini. E dire che anche persino nella guerra Iran-Iraq e nei decenni successivi i fascisti si scontrarono: chi con la teocrazia anti-americana di Teheran, chi con il laico e socialista Saddam Hussein, peraltro poi altrettanto nemico di Washington... Ma anche questa è un'altra storia. Oggi si tratta di due visioni differenti dell'opposizione al mondialismo. Da una parte l'avversione all'asse tra israeliani, statunitensi e lobbies sovranazionali, dall'altra chi vede, nei Trump e nei Nethanyau dei paladini del mondo occidentale contro il terrorismo e l'invasione islamica. C'è poi un terzo incomodo, che infatti è il più furbo e spregiudicato, il quale, giocando su più tavoli, finisce per mettere più o meno d'accordo i nostri poveri sovranisti, cioè Vladimir Putin, alleato di Assad in Siria, ma anche ottimo amico di Israele, a sua volta nemico giurato di Damasco.

VI SIETE PERSI? - La confusione è comprensibile e allora, per farla breve, torniamo alla domanda? Perché la Meloni difende Hezbollah mentre Salvini (a ruota di Usa e Israele) li definisce terroristi? Non era meglio accodarsi, dato che si tratta di islamici, brutti, cattivi e barbuti così spendibili come nemici della civiltà occidentale, bianca e cristiana? No, perché la signora non vuole mollare al concorrente quella "fascisteria" più ideologica e meno "commerciale" che non le è così vicina ma che potrebbe anche venir presto buona. Diciamola tutta: le elezioni europee si avvicinano, Salvini è dato lanciato al 32%, i Fratelli d'Italia rischiano di essere cannibalizzati, quindi si guardano in giro, anche presso quanti avrebbero interesse a unire le proprie forze di per sé non sufficienti a raggiungere il fatidico 4% necessario per approdare a Strasburgo e Bruxelles.

CASAPOUND - Già alleata, poi rivale, della Lega di Salvini, Casapound, vivace movimento sovranista, in costante crescita di militanza, ma non altrettanto premiato dal grande elettorato, sta studiando nuove strategie per raggiungere forme importanti di rappresentanza istituzionale. Guarda caso le tartarughe sono da anni impegnate nel sostegno alla Siria di Assad, anche con concreti aiuti materiali recapitati attraverso onlus come Sol.Id a un popolo provato da una guerra terribile. Loro stanno con quello che quasi tutti in Italia e nel mondo considerano il cattivo. "Assad combatte il terrorismo", sostiene con forza il gruppo di Iannone e Di Stefano. Oggi lo dice anche Giorgia Meloni, che si schiera con il presidente siriano, i suoi alleati di Hezbollah, la Russia e l'Iran. Si tratta di coincidenze o è lecito azzardare il proverbiale "2+2"?  Gli interessati smentiranno, lo sappiamo. Ma vuoi vedere che... 

 

 

Salvini marchia Macron: l'episodio di Claviere è una "vergogna internazionale"

Matteo Salvini ha bollato il presidente francese Macron di “vergogna internazionale”, dopo che un furgone della polizia francese è stato visto varcare il confine nazionale, nei pressi di Claviere e scaricare due migranti in un bosco


Le tensioni tra i vicini di casa è aumentata, Roma ha accusato Parigi di ipocrisia, "prima rifiuta di prendere in una congrua parte dell'utile che centinaia di migliaia di migranti che hanno raggiunto l'Italia via mare dal 2014, poi autorizza la sua polizia a varcare i nostri confini senza autorizzazione". 

Venerdì scorso, i testimoni riferiscono di aver visto un furgone della polizia francese attraversare la frontiera di montagna a Claviere, nei pressi della stazione sciistica italiana di Sestriere, scaricare in una zona boscosa due migranti respinti da Parigi e poi rientrare tranquillamente in Francia.

La diplomazia italiana si è subito attivata e ha chiesto spiegazioni alla Francia, la risposta è subito arrivata attraverso il prefetto francese della regione di Hautes-Alpes (al confine con l'Italia), riconoscendo che la sua polizia aveva attraversato il confine, per “errore”.

Salvini, ha subito respinto la spiegazione e ha chiesto di conoscere l'identità dei due migranti scaricati oltre confine. “Quello che è successo a Claviere rappresenta un reato senza precedenti contro il nostro paese,” Salvini ha scritto su Facebook. “Siamo di fronte ad una vergogna internazionale, e Macron non può far finta di nulla.”

La guerra tra Salvini e Macron ha origini ben più lontane, quando nel mese di Agosto proprio Macron ha denunciato le politiche anti-immigrazione di Salvini, dicendo ai giornalisti che "il presidente francese sarà sempre il principale avversario in Europa, per i nazionalisti come Salvini". Nel mese di giugno, un portavoce di Macron riferendosi alla volontà del nostro Ministro degli Interni di chiudere i porti italiani alle navi ONG, disse questa squallida azione mi fa vomitare". 

Oggi però Salvini non si ferma alla Francia e con un post su Facebook mette in gioco anche le organizzazioni internazionali: “Mi chiedo se le organizzazioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite e dal'Unione Europea, non trovino più vomitevole lasciare le persone in una zona isolata, senza alcuna assistenza.” aggiungendo, “Parigi deve informarci immediatamente sull'identità dei migranti lasciati nel bosco. Nomi, cognomi, nazionalità, data di nascita “. Accanto il suo commento una foto di Macron, con un volto luminoso e il testo: “la vergogna internazionale. L'Italia non accetterà le scuse.”

 

Molti migranti che raggiungono l'Italia per poi dirigersi verso nazioni più ricche e più a nord. Tuttavia, in base alle norme comunitarie, queste persone devono chiedere asilo in Italia e a questo punto non hanno più il permesso di trasferirsi in un paese terzo. La Francia  sorveglia i suoi confini sempre più vigorosamente, e sembra disposta a riportare in Italia eventuali migranti irregolari che varcano le sue frontiere in modo illecito...

ma siamo proprio sicuri che questi migranti siano tutti giunti in Francia attraverso l'Italia?"

Economia, guerre commerciali e immigrazione sono i mali del nostro secolo

Le principali borse aprono la settimana col segno negativo, tassi e valute fermi al palo.


Una settimana che era iniziata nuovamente con l’attenzione sulle banche centrali e sulla riunione annuale organizzata dalla Banca Centrale Europea, per tutte le banche centrali a Sintra in Portogallo, "il Simposio", che aveva visto Draghi ribadire i messaggi che erano stati dati nelle settimane precedenti e in particolare quelli riguardanti la Banca Centrale Americana. La FED infatti ha ribadito l’intenzione di voler proseguire nel rialzo dei tassi d'interesse, come aveva già indicato nell'ultimo comunicato dato da Jerome Powell. Attenzione alta nuovamente sul tema delle guerre commerciali, con Trump che riaccende i toni nei confronti della Cina e dell'Europa. Venerdì scorso in un comunicato ufficiale il presidente americano ha minacciato di proporre dei dazi contro l’importazione di auto europee, allertando subito tutte le borse di riferimento, qui va ribadito che per quanto il tema chiaramente crea nervosismo sui mercati, in realtà a parte i dazi che sono già scattati su acciaio e alluminio, però sono ancora poca cosa. Quello che più preoccupa è il fatto che Trump riaccende i toni, questo significa che per il momento, l’amministrazione Trump non è soddisfatta delle concessioni che hanno finora dato le controparti europee e cinesi e quindi ha alzato il tiro delle minacce. Una prima trance di dazi dovrebbero partire, se nulla cambia, il il 6 di luglio, questo significa che questa settimana e la prossima, saranno settimane cruciali per i negoziati in corso. Inoltre per contrastare le minacce di Trump, la Cina ha deciso di tagliare i tassi di interesse facendo decorrere questa misura dal 5 di luglio, quindi un giorno prima dell'ipotetica partenza dei dazi americani. Tutti i mercati si auspicano quello che potrebbe essere un colpo razionalità, ovvero un accordo tra le parti, perché comunque una guerra commerciale avrebbe un impatto negativo su tutte le economie in generale. E' chiaro che il presidente americano vorrà poter dire di aver ottenuto qualche risultato e cancellare il rischio di fare rallentare l’economia americana, oggi i dati economici dicono che il mondo economico americano sta procedendo sempre con un segno positivo. A novembre ci sono le elezioni di metà mandato, quelle in cui si rinnova parte del congresso americano e difficilmente Trump ci vorrà arrivare con un’economia in rallentamento. Altri temi molto importanti che le borse mondiali seguono da vicino, sono quelli di natura giuridica in Europa, giovedì e venerdì è stata convocata la riunione del Consiglio europeo e del Consiglio dei capi di Stato dei paesi europei. Questa riunione tratterà temi caldi, dal taglio del QE ai problemi economici portati dalla non comune gestione dell'immigrazione. Temi molto caldi soprattutto per per l'Italia, anche perché vi parteciperà il nuovo governo Giallo/Verde, che non riscuote la fiducia dei mercati, visto uno spread ancora molto elevato. Non rimane che attendere alla finestra, almeno fino a venerdì quando saranno pubblicati i dati dell'inflazione in Europa e America. 

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