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updated 2:08 PM UTC, Jul 8, 2020

Sergio Pirozzi da Amatrice, il sindaco allenatore che piace alla destra e a Salvini: "Ius soli incomprensibile quando c'è gente che non arriva alla fine del mese. L'apologia di fascismo? Oggi fa ridere i polli"

Molti vorrebbero l'amministratore del comune reatino devastato dal terremoto come candidato governatore della Regione Lazio. Lui non si tira indietro, ma non scioglie la riserva. Intanto presenta il suo libro e strappa applausi. In platea Giorgia Meloni, il leader della Lega, il duo neosovranista Alemanno-Storace, ma anche il presidente uscente del Pd, Nicola Zingaretti. Assente Forza Italia. Il primo cittadino da uomo di sport (guidò il Rieti portandolo in serie C) parla di "fare squadra, tutti uniti, senza prime donne". E boccia la legge Fiano: "Guardiamo ai problemi reali e al futuro" - (VIDEO)


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"E' anacronistico che si parli di fascismo, il fascismo è passato, parlare di apologia di fascismo oggi fa ridere i polli, allora dovrebbe esserci anche l'apologia del comunismo". E' quanto ha detto il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi durante la presentazione del suo libro 'La scossa dello scarpone' a Roma. Nel corso della presentazione ha precisato che "vi ho fatto venire tutti per farvi scoprire libro. Figuratevi se ero talmente sprovveduto da annunciare la mia candidatura, a cui al momento non penso per niente, alla presentazione del mio libro". "Cosa voglio fare da grande? Voglio continuare a fare il mister - dice Pirozzi - , ma una squadra vince se ha una visione comune, sa cosa fare quando ha la palla, ma le squadre possono essere anche tante, mentre quando tutti lavorano l'uno per l'altro con una grande squadra, con un linguaggio condiviso e per la propria maglia, allora si fanno i risultati".

Questo libro, aggiunge poi, "serve per far conoscere non la storia di Sergio Pirozzi, ma di tanti sindaci di frontiera". "Ho fatto tanti sbagli ma la sensazione che ho oggi è che la politica, che ha fatto tante cose belle, oggi ha perso il contatto con la realtà perché indossa i mocassini. Uno dei motivi della decadenza dell'impero romano fu la conservazione del potere, su questo dovrebbero riflettere oggi i leader politici". "Penso che come è successo con il terremoto si possono trovare convergenze su temi importanti, come l'identità, la difesa delle autonomie - spiega - queste non sono battaglie di destra o sinistra come non lo è ridisegnare confini del nostro territorio che non può essere un posto dove ognuno arriva e fa come gli pare". "Quello che una volta facevano le sezioni oggi lo fanno le associazioni - conclude -. Lo dicevo prima e lo dico anche oggi". Pirozzi ha annunciato a margine dell'evento che il suo prossimo libro sarà sui comuni d'Italia.

 

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"Mi piacerebbe che il sindaco Pirozzi si candidasse alle prossime elezioni regionali del Lazio, ma dipende da lui", ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini. "Se avesse la voglia di offrire a milioni di cittadini del Lazio l'impegno che ha offerto alla comunità di Amatrice sarei la persona più felice del mondo", ha aggiunto Salvini precisando: "Io non gliel'ho chiesto, sta vivendo un periodo complicato, impegnativo, ma se volesse farlo senza alcun vincolo ha tutto il mio appoggio".

Il leader del Carroccio si è concesso, come fa spesso, una battuta calcistica: "Se non fa il governatore del Lazio lo vedrei bene sulla panchina del Milan al posto di Montella".

E Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d'Italia vorrebbe Pirozzi candidato governatore? "Questo è da definirsi, non abbiamo neanche cominciato a parlare di queste elezioni - ha risposto - . Sicuramente il lavoro che ha fatto il sindaco Pirozzi in questi mesi è stato importante per tutta la politica italiana. Attualmente siamo impegnatissimi sulle elezioni siciliane che per me possono rappresentare un'idea molto chiara di ciò che serve e di ciò che le persone si aspettano. In Sicilia - ha continuato - abbiamo il centrodestra compatto su una candidatura di identità molto chiara, coraggiosa e decisa e questo può essere un elemento per le prossime scelte".

"Quella di Pirozzi mi sembra che sia la candidatura, come società civile, più credibile nel centrodestra", ha detto invece l'ex sindaco di Roma e fondatore del Movimento Nazionale per la Sovranità, Gianni Alemanno.

Referendum per l'autonomia, Giorgia Meloni stuzzica ancora la Lega: "Se il 60% dei lombardi non è andato a votare evidentemente non era una priorità neanche per loro". Ma poi tende la mano: "Faremo sintesi per vincere insieme"

"I referendum per l'autonomia non sono stati un plebiscito ma per Fratelli d'Italia il punto è un altro e prescinde dai numeri e dalle percentuali: in una nazione che si rispetti le riforme costituzionali si fanno tutti insieme e non a pezzi, per il bene di tutti e non per assecondare l'interesse particolare. Ora lavoriamo insieme per una proposta di riforma dello Stato che coniugi presidenzialismo e federalismo e non metta in discussione l'Unità nazionale". Lo ha dichiarato la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni a proposito dei referendum sull'autonomia di Lombardia e Veneto - (VIDEO)

Salvini soddisfatto dopo i referendum di Lombardia e Veneto: "Linea nazionale non in discussione. Il governo non può ignorare 5 milioni e mezzo di votanti. Renzi e Grillo oggi in silenzio"

Nonostante le ricostruzioni che lo vedevano distante dalla battaglia referendaria di Maroni e Zaia, il segretario leghista oggi è raggiante per i risultati delle consultazioni: "E' stata una lezione di democrazia per tutta Europa, abbiamo scelto la via legale, pacifica e costituzionale. La stessa opportunità la offriremo da nord a sud a chi ce lo chiederà. I 5 milioni e mezzo di cittadini che hanno scelto di votare ci dicono che per il futuro dell'Italia c'è da sperare e che le riforme partono dal basso. Il nostro interlocutore adesso è il presidente del Consiglio dei ministri. Qualcuno nel centrodestra non ha capito che aria tira; nel nostro programma comune il tema dell'autonomia deve essere centrale". L'intervista a margine della conferenza stampa di questa mattina nella sede del Carroccio - (VIDEO)

Violenze sulle donne, Meloni: "Quando sono compiute da immigrati sinistra e femministe tacciono. E' un cortocircuito culturale"

La presidente di Fratelli d'Italia parla a margine di un appuntamento elettorale in Sicilia e attacca: "Se i protagonisti degli abusi sono stranieri cala il silenzio di certe istituzioni. A chi per anni ha denunciato lo sfruttamento del corpo femminile e di fronte a questi abusi non prende posizione dico: se non ora, quando?" - (VIDEO)

Referendum per l'autonomia della Lombardia, Cecchetti: "Smontiamo le bugie di chi getta fango sul 22 ottobre"

Il vicepresidente leghista del Consiglio regionale replica con un volantino alle polemiche sollevate da più parti sulla consultazione. Quattro le domande di contestazione cui è data risposta: Il referendum è inutile e costoso? Non si poteva aprire subito una trattativa col Governo? E' il referendum della Lega Nord? Ma se vincono i "Sì" succede come in Catalogna? "Ecco perché votare è utile e necessario per i cittadini" - (GUARDA)


"Smontiamo le bugie di chi, solo per motivi politici, getta fango sul referendum del 22 ottobre che servirà ad ottenere più competenze e risorse per la Regione Lombardia". E' l’appello di Fabrizio Cecchetti, Vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia che ha realizzato un volantino informativo in cui risponde alle critiche sul referendum.

"A chi sostiene – spiega Cecchetti - che il referendum è inutile, noi rispondiamo che è lo strumento necessario per dare alla contrattazione tra Regione e Governo quella spinta che solo il voto dei cittadini può dare. Le trattative avviate in passato da ben quattro regioni non hanno avuto seguito e sono fallite proprio perché il popolo non venne coinvolto. Il risultato del referendum darà quindi un indirizzo ben preciso che le istituzioni poi dovranno mettere in atto quale volontà dei cittadini. Qualcuno inoltre – continua Cecchetti - dice che la Lombardia si sta preparando alla secessione: niente di più falso perché nel quesito del referendum viene richiamata sia l’unità nazionale che la Costituzione, in particolare l’art. 116 che disciplina le modalità per ottenere più autonomia. La verità è che questo referendum farà il bene di tutto il Paese.

Infine – prosegue Cecchetti - qualcuno riesce a fare polemica anche sui costi della democrazia. Posto che dar la parola ai cittadini non è mai un costo, la spesa ordinaria per il referendum è di circa 3 euro a cittadino. C’è poi una parte di investimenti per il futuro perché si voterà con dispositivi elettronici che poi resteranno nelle scuole a disposizione degli studenti e potranno essere utilizzati per altre votazioni.

Votare – conclude Cecchetti – è quindi utile e necessario per dare alla Lombardia e al Veneto quella forza necessaria per migliorare la vita dei propri cittadini e per tornare a essere la locomotiva trainante per le altre regioni. Per questo sono sicuro che il 22 ottobre chi vuole il bene dei cittadini, della Lombardia e di tutto il Paese troverà 10 minuti per recarsi al seggio e votare Sì".

Stato unitario, stato federale e stato confusionale: Salvini e Meloni tra selfie, pugnalate e capriole

L'asse "sovranista" tra la Lega di Matteo e i Fratelli d'Italia di Giorgia non smette di stupire in quanto a contraddizioni e soprattutto paradossi. Mentre il leader del Carroccio post padano si barcamena tra aspirazioni "nazionali" e rendita nordista, la presidente degli eredi di An prima accoglie l'alleato ad Atreju con sorrisi e abbracci e poi boccia i referendum autonomisti di Lombardia e Veneto spinti dai leghisti. Il "Capitano" milanese simpatizza con l'indipendentismo catalano, ma si guarda bene dal riproporre la stessa via a casa sua: "Da Barcellona una forzatura, noi non vogliamo tornare indietro". La capa romana della destra, dichiarando che non voterebbe alla consultazione del 22 ottobre, fa infuriare Maroni che minaccia conseguenze sulla giunta regionale e subisce la presa di distanza dei rappresentanti lombardi del suo partito che stanno col governatore. Insomma un caos imbarazzante e i vertici populisti rischiano di perdere il popolo, qualunque accento abbia


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Rassegna stampa sull'argomento:

 

Patricia Tagliaferri  - ilGiornale

 

Prime crepe visibili sull'asse sovranista Lega-Fratelli d'Italia dopo le esternazioni di Giorgia Meloni sulla sua contrarietà al referendum per l'autonomia promosso dalla Lombardia.

Dichiarazioni per niente gradite dai leghisti, che provocano anche divisioni in Fdi. «Se fossi tra i chiamati al referendum non ci andrei, è solo propaganda», dice la Meloni invitando gli elettori ad astenersi e irritando parecchio il governatore lombardo Roberto Maroni, spinto a mettere in discussione la compattezza del centrodestra a partire proprio dall'alleanza con cui governa il Pirellone. «C'è un problema perché queste dichiarazioni sono negative, sbagliate e molto pesanti. E siccome il referendum è una cosa importante, sia sul piano politico sia su quello istituzionale, mi riservo di valutare queste dichiarazioni sul piano della lealtà dell'alleanza di governo. Non posso far finta di niente», attacca il presidente della Lombardia, seppur precisando che «Fdi ha sostenuto lealmente e sostiene il referendum in Lombardia».

Troppa alta la posta in gioco per la Lega per lasciar correre, soprattutto perché sarà il numero dei votanti a fare la differenza in questo referendum senza quorum. L'uscita della Meloni, così, fa esplodere una dicotomia che c'è sempre stata tra la Lega e le sue ambizioni federaliste e Fratelli d'Italia e la sua idea di patria, seppur sopita dalle reciproche ambizioni sulla leadership. Maroni, principale sponsor del referendum lombardo, non si trattiene, spalleggiato dal segretario della Lega, Matteo Salvini («la Meloni ha toppato»). Anche la base e i quadri leghisti insorgono, sfogandosi sui social contro l'alleata «franchista». Nella posizione della presidente di Fratelli d'Italia qualcuno vede un percorso di allontanamento da Salvini e di riavvicinamento a Berlusconi.

Si vedrà. Intanto, però, a parte Ignazio La Russa che la appoggia («non vorrei che la polemica nei confronti del leader di un partito alleato sia in realtà frutto di questioni tutte interne alla Lega sul significato e sulla valenza del referendum»), anche il partito della Meloni si spacca, con l'assessore lombardo al Territorio, Viviana Beccalossi, che si schiera con Maroni sottolineando che in Lombardia, così come in Veneto, il suo partito ha fornito un sostegno «convinto» al sì referendario votando nelle sedi istituzionali e in quelle degli organi di partito documenti ufficiali che lo certificano.

È chiaro, insomma, che al Nord Fdi avrebbe preferito da parte della loro leader un approccio più soft nei confronti di un tema così sentito. «Il referendum, come più volte abbiamo fatto presente a Giorgia Meloni e all'ufficio di presidenza di Fratelli d'Italia, mai mette in discussione l'unità nazionale», sottolinea la Beccalossi, ricordando che «lo scorso luglio al coordinamento nazionale Fdi duecento amministratori eletti hanno elaborato e votato all'unanimità un ordine del giorno a sostegno del Sì», trovando una sintesi tra i valori di un partito di destra con i principi federalista. «Se da allora qualcosa è cambiato a me non è stato comunicato», insiste l'assessore su Facebook.

Ma il «fuoco amico» arriva soprattutto dai leghisti. Tra i più critici l'assessore maroniano Gianni Fava: «Evitino di parlare a vanvera di ciò che non conoscono: il Nord. Se Fratelli d'Italia considera sinceramente la Lega un alleato, difetta della conoscenza della principale qualità di un'alleanza, il rispetto».


Alberto Mattioli - La Stampa

 

Matteo Salvini, che differenza c’è fra il referendum della Catalogna e quello prossimo venturo, il 22, di Lombardia e Veneto?  

 «Totale. Il voto catalano è stato una forzatura. Quello lombardo e veneto è previsto dalla Costituzione. Si chiede semplicemente di applicare un articolo della Carta, il 116, che prevede che si possano affidare in toto alle Regioni venti competenze, e altre tre in maniera parziale».  

Tipo?  

«Tipo la scuola, così avremmo una buona volta dei concorsi per insegnanti su base regionale. E, per dire, nella classe di mio figlio non si sarebbe ancora una cattedra scoperta come succede attualmente». 

Però il referendum è solo consultivo. Se anche doveste vincerlo, potrebbe non cambiare nulla.  

«Anche il voto sulla Brexit era consultivo, però ha fatto la storia. Se vinceremo, il segnale politico sarà fortissimo. Vuol dire che dal giorno dopo Maroni e Zaia avranno il mandato di trattare con Roma. E non a nome degli elettori leghisti, ma di tutti i lombardi e i veneti». 

Bene: mettiamo allora che Roma, com’è molto probabile, di trattare non abbia alcuna intenzione. Che fareste?  

«Io non mi illudo certo che dal 23 ottobre cambi tutto. Il governo, che già conta poco, a quella data conterà ancor meno, anche perché sarà alle prese con la legge di bilancio. Non sarà Gentiloni a trattare. Sarà chi verrà dopo di lui, a febbraio-marzo. E non potrà ignorare il voto popolare». 

Sembra molto ottimista.  

«In Veneto è richiesto il quorum del 50% più uno dei votanti, in Lombardia no. A tutti ripeto: andate a votare. Anche perché, a differenza di quel che è successo a Barcellona, la polizia aiuterà la gente a entrare nei seggi, non la prenderà a manganellate». 

 L’effetto Catalogna non rischia di rilanciare dentro la Lega la vecchia anima separatista?  

«Io giro molto, in tutta Italia e in tutto il Nord. E mi sembra che sia chiaro a tutti che l’assetto migliore per il Paese sia quello federale. Insomma, non ci sono nostalgie per la Padania. Portiamo a casa questi referendum, intanto. È una partita importante anche dal punto di vista economico. Il residuo fiscale della Catalogna è di otto miliardi. Otto miliardi che manda a Madrid più di quelli che le tornano indietro. E sa qual è quello di Lombardia e Veneto?» 

 Scommetto che vuol dirmelo lei.  

«Settanta miliardi: settanta. Occupiamoci di obiettivi concreti e possibili. E il modo migliore di arrivarci è per via pacifica e democratica». 

 In Catalogna come finirà?  

«Che si troverà un accordo. O almeno lo spero, anche se al solito la Ue non conta nulla e non fa nulla. Potrebbero chiedere una mediazione a Putin. In Catalogna ci sono state due forzature. E certo, il comportamento del governo spagnolo è stato indegno. Le bastonate e i proiettili di gomma sulla gente inerme che voleva solo votare mi hanno disgustato. A Madrid sono o pazzi o sbronzi». 

 Insomma, lei tifa per i catalani.  

«Io tifo perché la gente possa scegliere. Anche in Lombardia e in Veneto». 


Americo Mascarucci - Intelligonews

 

Sovranismo contro autonomismo, ora il centrodestra deve affrontare e risolvere anche lo scontro interno innescato dalle dichiarazioni della leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni che ha invitato all'astensione sui referendum autonomisti di Lombardia e Veneto del 22 ottobre. Il Governatore lombardo Roberto Maroni ha minacciato la rottura dell'alleanza con FdI alla Regione, anche in vista delle elezioni di primavera. E anche fra i dirigenti lombardi e veneti del partito della Meloni si è registrata nelle ultime ore una levata di scusi nei confronti della leader nazionale, come dimostrano anche le dichiarazioni rilasciate ieri ad Intelligonews da Viviana Beccalossi assessore della giunta Maroni. La quale a invitato la Meloni ad un confronto per poterle spiegare i motivi per cui lei e i dirigenti regionali del partito voteranno sì al referendum.

LA MELONI REPLICA
 
A chi accusa la leader di Fratelli d'Italia di mettere a rischio l'unità del centrodestra, la Meloni risponde secca: "Una cosa fatta così, rischia di disgregare piuttosto che riaggregare. Non penso a una rottura col centrodestra - ha risposto intervistata da Agorà, il programma di RaiTre - ai dirigenti di Fratelli d'Italia in Lombardia e Veneto ho lasciato libertà di muoversi come ritengono ma io devo porre il problema di cosa questo generi a livello nazionale. La posizione che ho tenuto sul tema dell'autonomia  è coerente con la storia della destra italiana che ha sempre difeso il valore della patria e dell'unità nazionale". Sul rischio che i referendum in Lombardia e Veneto possano essere accomunati a quanto sta accadendo in Catalogna, Meloni ribadisce la posizione del suo partito, opposta a quella del Carroccio. " In Catalogna non c'è una spinta sovranista. Io non sono mai stata una sostenitrice delle spinte indipendentiste che sono un modo per indebolire le libertà dei popoli. La Catalogna indipendente sarebbe più debole".
 
L'ASSE CON SALVINI
 
C'è chi vede dietro l'intervento della Meloni una spinta ad occupare lo spazio di Salvini e quindi sottrarre al Carroccio i voti dei sovranisi. Non è certamente un mistero il fatto che la linea autonomista di Maroni-Zaia si presenti per certi versi alternativa a quella sovranista di Salvini che non a caso sta cercando di trasformare la Lega in movimento nazionalista e non più soltanto nordista come era invece la Lega di Bossi. Salvini si trova costretto a sostenere il referendum per non compromettere la tenuta del partito e dare linfa alla fronda settentrionale capeggiata proprio da Maroni e Zaia ma in cuor suo forse è consapevole di come questi referendum mettano in difficoltà la sua svolta sovranista. La Meloni forse lo ha capito e sta approfittando del caos interno al Carroccio per rafforzarsi all'interno del centrodestra? 
 

Roma, chiesto il rinvio a giudizio per Virginia Raggi: accusa di falso per la nomina di Renato Marra

Dopo la decisione dei giudici di Milano nei confronti di Sala, anche la procura capitolina vuole il processo per la prima cittadina: stessa ipotesi di reato anche se per fatti e circostanze ovviamente diversi. Archiviato invece l'abuso d'ufficio. L'esponente del M5S: "Ho agito secondo la legge, presto sarà fatta chiarezza". E vuole le scuse dei media 


CHIESTO IL PROCESSO PER FALSO - La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per la sindaca della Capitale Virginia Raggi per l'accusa di falso in relazione alla nomina di Renato Marra, fratello del suo ex braccio destro Raffaele Marra, all'incarico di capo dipartimento per il Turismo.

ARCHIVIAZIONE ABUSO - La procura ha chiesto poi l'archiviazione per la sindaca in relazione all'accusa di abuso di ufficio per la nomina di Salvatore Romeo a capo della segreteria politica. Stessa richiesta di archiviazione è stata sollecitata anche per Romeo.

Beppe Grillo e Davide Casaleggio con Virginia Raggi. A quanto apprende l'AdnKronos, i vertici del Movimento 5 Stelle avrebbero espresso soddisfazione dopo che la procura di Roma ha fatto cadere le accuse di abuso d'ufficio in merito sia alla scelta del capo della segreteria politica che del dirigente al dipartimento Turismo.

LA SINDACA - "Apprendo con soddisfazione che, dopo mesi di fango mediatico su di me e sul MoVimento 5 Stelle, la Procura di Roma ha deciso di far cadere le accuse di abuso d'ufficio. Secondo i pm di Roma ho rispettato la legge nella scelta del capo della segreteria politica e del dirigente al dipartimento Turismo ed è stata chiesta l'archiviazione per ambedue le ipotesi di reato" afferma su Facebook la sindaca di Roma Virginia Raggi sulla richiesta della procura.

"Per la Procura ho seguito tutte le norme - prosegue Raggi -. Non ci sarebbe mai stata alcuna promozione che non doveva essere fatta come volevano far credere Pd e destra. Non avrei commesso alcun reato per la nomina di Salvatore Romeo: non c'è mai stato alcun ingiusto aumento dello stipendio. Un'accusa infamante riportata per mesi dai giornali e cavalcata dall'opposizione nel tentativo di screditare me e il MoVimento 5 Stelle. Così come non ci sarebbe alcun abuso nella nomina di Renato Marra".

"AGITO SECONDO LEGGE" - "Lo ripeto: ritengo di aver agito secondo la legge. Dopo mesi di indagine, lo attesta la stessa magistratura inquirente - continua la sindaca -. Per mesi i media mi hanno fatta passare per una criminale, ora devono chiedere scusa a me e ai cittadini romani".

"Sono convinta - aggiunge - che presto sarà fatta chiarezza anche sull'accusa di falso ideologico. Abbiamo sempre avuto grande fiducia nella magistratura e continueremo ad averne''.

(Fonte: Adnkronos)

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Ahi "sovranisti", cosa combinate? Tra Giorgia e Matteo volano gli stracci. Ecco perché

Mentre in Germania trionfano i populisti di AfD, in Italia Salvini e la Meloni stentano ad andare d'accordo, rendendo piuttosto fragile la proposta di un "fronte sovranista" vincente. L'ultimo bisticcio sui referendum di Lombardia e Veneto. Ad Atreju, la festa giovanile di Fratelli d'Italia, la presidente li definisce "inutili" e il leader leghista si infuria. Nella diatriba si inserisce poi un dettaglio piuttosto comico: i centralisti romani Alemanno e Storace vanno in soccorso dei nordisti. Ride CasaPound: "Questo centrodestra è una truffa"


Matteo Salvini venerdì scorso aveva raccolto l'ovazione dei giovani di Fratelli d'Italia ad Atreju, la loro tradizionale festa. La breve apparizione del leader leghista era stata salutata dai baby della destra con un'ovazione che forse alla padrona di casa, Giorgia Meloni, deve essere parsa eccessiva. "Non sarà mica venuto qui a portarmi via il consenso dei miei con le sue velleità di leader populista", deve aver pensato se poi nel suo discorso di chiusura ha fatto un brutto sgambetto all'alleato.

 "Io vedo le immagini della Spagna e dico che qui non deve accadere mai, qui non ci sono i popoli italiani ma il popolo italiano, ci sono 1.000 campanili ma una sola patria ecco perché il referendum sul Veneto e la Lombardia non mi appassiona", ha affermato dal palco la presidente di FdI.

Apriti cielo. Pronta la reazione del segretario del Carroccio, in equilibrio tra il suo progetto "nazionale" e la vecchia rendita "padana" cui non intende rinunciare. "Ha sbagliato - ha detto in una diretta su Facebook - più i popoli decidono, meglio si spendono i soldi, più è difficile rubare. E soprattutto meno ci mette becco lo stato centrale e l'Ue, meglio è. La Meloni ha toppato perché l'autonomia farà bene non solo al Veneto e alla Lombardia, ma anche alle altre regioni".

Non si sa se cercato, richiesto o meno, è arrivato a Salvini l'appoggio di un vecchio duo della destra romana, che, va detto, non hanno mai mandato giù l'essere stati scaricati dalla giovane Giorgia. Rieccoli dunque Gianni Alemanno e Francesco Storace, convinti che i referendum per l'autonomia di Lombardia e Veneto non rappresentino una minaccia all'unità nazionale.

"È vero esattamente il contrario: il vero rischio per l’unità nazionale, e anche per il suo sviluppo economico, è continuare a disconoscere l’enorme residuo fiscale che viene versato da queste due regioni allo Stato centrale - dichiarano in una nota Alemanno e Storace - In questo modo, non solo si sottraggono troppe risorse alle aree più competitive della Nazione, ma si alimenta una pericolosa frustrazione negli abitanti di queste due regioni, una frustrazione su cui può tornare a speculare chi trama realmente per il secessionismo. Il federalismo a geometria variabile previsto dalla nostra costituzione come possibilità di acquisire risorse e competenze oggi riconosciute solo alle cinque regioni a statuto speciale, non solo non è incompatibile con l’unità nazionale, ma - sostengono ancora - la può rafforzare trovando un nuovo e più sostenibile equilibrio tra le diverse aree geografiche ed economiche. Siamo così convinti di questa battaglia che giovedì prossimo lanceremo a Milano un nostro comitato per il Sì al referendum per l'autonomia. Fratelli d'Italia, invece, dovrebbe spiegare perché a Roma la Meloni lancia questi sospetti secessionisti, mentre tutti i suoi esponenti in Lombardia e nel Veneto aderiscono ufficialmente ai comitati per il Si al referendum. Queste contraddizioni - concludono  - si pagano politicamente con una inutile e pericolosa divisione dell'area sovranista". 

Di fronte al quadro disordinato del "fronte sovranista" ha buon gioco CasaPound, soggetto più fresco e orgogliosamente autonomo rispetto a logiche politicanti. Scrive Adriano Scianca, direttore del Primato Nazionale: "Malgrado i propositi bellicosi, la Lega Nord continua ad avere un paio di nodi politici da sciogliere, legati fra loro. Quello del secessionismo è uno. Quello del sovranismo è un altro, ma strettamente legato al primo. Come e di chi si vuole la 'sovranità'? Abbiamo già visto, pochi giorni fa, Salvini arringare al grido di 'Prima gli italiani' una folla in cui non c'era neanche un tricolore. Una folla a cui è stato detto per anni che italiana non lo era e che anzi gli italiani erano il primo nemico. Una folla in cui ai padani doc erano mescolati sparuti esponenti campani, pugliesi, calabresi di 'Noi con Salvini', un movimento che non esiste, che doveva guidare una svolta che non c'è mai stata, che doveva essere l'avanguardia di un sovranismo che si è fermato agli slogan. Questo nodo non è stato mai sciolto e le contraddizioni si vedono. Ora spuntano all'orizzonte due eventi che fanno fare un ulteriore passo indietro all'immaginario e al discorso politico leghista. Il primo è il doppio referendum del 22 ottobre sull'autonomia di Lombardia e Veneto voluto da Zaia e Maroni. Una consultazione inutile, in realtà, priva di effetti concreti, che può sicuramente far leva su problematiche reali di tipo fiscale e burocratico ma che, nei fatti, è vissuta nell'ambiente leghista come un grande 'vorrei ma non posso'...". 

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