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updated 7:57 AM UTC, Aug 3, 2020

Covid, Zangrillo: "Il virus esiste ancora ma la malattia è cambiata. E chi mi dà del negazionista ne risponderà..."

Il primario di Terapia intensiva al San Raffaele di Milano e prorettore dell'Università Vita-Salute in un'intervista torna a chiarire il suo punto di vista sull'emergenza coronavirus: "Sono stato il primo, già ad aprile, a dire che dovremo convivere con il Sars-Cov-2 finché non arriverà un vaccino"


"Non datemi del negazionista, il virus esiste ma la malattia è cambiata" "Dire che il virus oggi non sta producendo una malattia clinicamente significativa non vuol dire affatto negare l'esistenza del Sars-Cov-2. Rifiuto in tutti i modi la definizione di negazionista". E' quanto afferma, perentorio, in un'intervista a "La Repubblica" Alberto Zangrillo, primario di Terapia intensiva al San Raffaele di Milano e prorettore dell'Universita' Vita-Salute, in replica intervento al convegno organizzato tre giorni fa in Senato, al quale ha partecipato anche il cantante Andrea Bocelli, al termine del quale gli sono state rivolte accuse di voler negare l'esistenza del virus. Invece, lungi dal negare l'esistenza del virus, Zangrillo nell'intervista insiste su un concetto: "Lavoro di clinica e ricerca - dice - e sin dall'inizio ci siamo occupati dell'epidemia. Io riporto solo l'evidenza, ovvero che oggi il virus non produce una malattia clinicamente rilevante. Ma questo non vuol dire che il virus non esista piu': sono stato il primo, gia' ad aprile, a dire che dovremo convivere con il Sars-Cov-2 finchè non arrivera' un vaccino".

Tuttavia, intima, se poi "colleghi universitari milanesi si permettono di dare del negazionista a chi come me è andato in mezzo ai malati e se ne è preso cura, ne risponderanno". E a chi non crede che il virus esista piu', Zangrillo dice: "Non è vero che il virus non esiste piu'" e "io non l'ho mai detto, cosi' come non ho detto che è mutato. Ho pero' affermato, e lo sostengo ancora perchè questa affermazione si basa sull'osservazione e la cura diretta dei pazienti - spiega - che la situazione clinica oggi è diversa".

 

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La cefalea cronica riconosciuta malattia sociale. Via libera definitivo a disegno di legge bipartisan: "Patologia invisibile, ora speranza a chi ne soffre"

L'Italia è il primo Paese in Ue ad adottare il provvedimento che permetterà di "individuare metodi innovativi da sperimentare per contrastare" la malattia. Il disegno di legge approvato in via definitiva dal Senato con 235 voti a favore, 2 contrari e nessuna astensione. Palazzo Madama ha dato il via libera al testo unificato di due proposte, una della Lega e una del Pd, provenienti dalla Camera


Cefalea cronica, ok del Senato: da oggi è riconosciuta come ...

La cefalea cronica è una malattia sociale. A riconoscerla così è stata l'aula del Senato che ha approvato in via definitiva il disegno di legge sulla malattia.

Il provvedimento è diventato legge con 235 voti favorevoli, 2 contrari e nessuna astensione. "Grande soddisfazione e un pizzico d'orgoglio per questa battaglia intrapresa nel 2011 da consigliere della Regione Veneto e ora vinta in Parlamento", ha commentato la deputata della Lega Arianna Lazzarini, prima firmataria della proposta di legge approvata. "L'Italia diventa così il primo Paese in Europa ad adottare un provvedimento come questo - continua nella nota - Un primo punto di partenza e di attenzione verso i circa sette milioni di italiani che ne soffrono, con una prevalenza netta di donne e nella fascia 20-50 anni. Un segnale concreto che accende i riflettori su questa malattia, affinché i soggetti che ne soffrono non siano più abbandonati a loro stessi e possano finalmente avere una speranza e una nuova dignità di vita. Questa è una malattia invisibile che oggi esce finalmente dal cono d'ombra in cui è sempre stata. Non parliamo del semplice 'mal di testa' passeggero, ma di una malattia cronica e invalidante vera e propria, molto più diffusa di quanto si possa immaginare, che purtroppo ha già portato alcuni pazienti a compiere anche gesti estremi". 

Pini, ora più strumenti contro cefalea cronica

"Appena arrivata in Parlamento, nel 2013, depositai una legge per il riconoscimento della cefalea primaria cronica e per l'emicrania come malattia sociale. Una malattia molto diffusa, spesso mal diagnostica; una malattia invalidante, spesso curata in modo inappropriato, che colpisce soprattutto le donne che lavorano, spesso declassata ad un "banale mal di testa". Non riuscii a farla approvare. Riprovai nel 2018, questa volta all'opposizione, e mi trovai insieme alla collega della Lega Lazzarini, all'epoca in maggioranza, a portare avanti questa battaglia. Ieri, finalmente, la legge è stata approvata in via definitiva". Lo dichiara Giuditta Pini, Deputata del Partito Democratico, commentando il via libera definitivo del Senato al testo. "La cefalea primaria cronica e l'emicrania sono riconosciute, i centri cefalee sono riconosciuti, i pazienti e i medici avranno più strumenti per combattere questa malattia silenziosa", conclude.

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Aids, notizia clamorosa dal Brasile: uomo guarito con un mix di farmaci. E' il primo senza trapianto di midollo

L'uomo, spiegano gli esperti dell'università federale di San Paolo, ha smesso i trattamenti a marzo 2019 e il virus finora non è tornato. Il paziente, 36 anni, sieropositivo dal 2012, partecipava alla sperimentazione di una terapia mirata a 'stanare' il virus dai 'reservoir' che ha nelle cellule e che lo fanno tornare se si sospendono i trattamenti usuali


Guarisce dall'Hiv grazie alle cellule staminali, era sieropositivo ...

Un uomo trattato con un nuovo mix di farmaci potrebbe essere il primo guarito dall'infezione da Hiv senza bisogno di trapianto di midollo. Il caso è stato descritto alla conferenza Aids 2020. L'uomo, in cura a San Paolo, in Brasile, ha smesso i trattamenti a marzo 2019 e il virus finora non è tornato. Sieropositivo dal 2012, il paziente 36enne partecipava alla sperimentazione mirata a "stanare" il virus dalle cosiddette cellule "reservoir".

L'uomo, hanno spiegato gli esperti dell'Università federale di San Paolo nel corso della conferenza che si è tenuta in forma virtuale, è stato curato con un mix "aggressivo" di antiretrovirali e nicotinamide (vitamina B3). Una volta interrotta la terapia, il suo sangue è stato testato ogni tre settimane, senza nessun segno di infezione. "Anche se è un caso isolato - afferma al New York Times Ricardo Diaz, uno dei ricercatori coinvolti - potrebbe essere la prima remissione di lungo termine dell'Hiv senza un trapianto". Il 'paziente di san Paolo' potrebbe quindi aggiungersi a quelli di 'Londra' e 'Berlino', guariti però con un trapianto di midollo ricevuto per un tumore. Un bambino curato con un mix di farmaci e che è stato in remissione per due anni, invece, ha visto poi il ritorno del virus.

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Coronavirus, cinque domande ancora senza risposta. I misteri del SarsCov2 tormentano la scienza

Dopo circa sei mesi in cui il Covid-19 ha contagiato nel mondo oltre 11,6 milioni di persone uccidendone poco meno di 540mila (in Italia infettati e vittime sono rispettivamente 241.819 e 34.869) gli interrogativi sul virus pandemico sono ancora diversi. La prestigiosa rivista scientifica Nature ha pubblicato un elenco di cinque quesiti ancora irrisolti 


Nature Research (Publishing) | LinkedIn

Da quando a fine dicembre è emersa quella che era una misteriosa polmonite a Wuhan, che poi si è scoperto essere causata dal coronavirus SarsCov2, 10 milioni di persone si sono ammalate in sei mesi. La pandemia da Covid-19 si è trasformata nella peggiore crisi di salute pubblica degli ultimi 100 anni, con oltre 500.000 persone morte finora. Ma nonostante ciò che si è scoperto, rimangono ancora 5 questioni aperte, quali l'immunità, i requisiti per il vaccino, le origini del virus e le sue mutazioni. A fare il bilancio è la rivista Nature sul suo sito (leggi l'articolo. Lingua: inglese).

La prima domanda è perché le persone rispondono in modo così diverso al virus. Alcuni rimangono asintomatici mentre altri sviluppano una polmonite grave, a volte letale. Il consorzio internazionale della COVID-19 Host Genetics Initiative, che ha studiato il genoma di circa 4000 malati di Italia e Spagna, è riuscito a far emergere alcune mutazioni collegate alle forme gravi di Covid-19, tra cui una nella regione del genoma che determina il gruppo sanguigno. Tuttavia si tratta di mutazioni che hanno un ruolo modesto nell'evoluzione della malattia. Alcuni ricercatori della Rockefeller University di New York stanno cercando mutazioni con un impatto maggiore, studiando il genoma di persone sane sotto i 50 anni che hanno avuto forme gravi di Covid-19.

Secondo interrogativo da risolvere è quanto dura l'immunità da Covid. Il livello di anticorpi neutralizzanti il virus rimane alto per due settimane dopo l'infezione, per poi calare. In chi ha avuto forme più gravi, il livello degli anticorpi a livelli più alti dura più a lungo. Ma non si sa qual è livello di anticorpi neutralizzanti necessario a evitare una nuova infezione da SarsCov2 o a ridurre i sintomi con un nuovo contagio.

Terza questione sono le mutazioni sviluppate dal virus. Tutti i virus mutano e il SarsCov2 non fa eccezione. I ricercatori stanno dibattendo se una mutazione nella proteina S del virus, emersa a febbraio in Europa e ora dominante nel mondo, oltre a rendere il virus più infettivo in laboratorio, abbia effetto sull'essere umano.

Quarta domanda riguarda il vaccino. Ora sono in sviluppo circa 200 vaccini nel mondo e 20 sperimentazioni cliniche. I primi test su larga scala dovrebbero iniziare nei prossimi mesi. Gli studi sui macachi dell'università di Oxford hanno mostrato che il vaccino previene l'infezione ai polmoni e la polmonite, ma non la blocca nel resto del corpo, come nel naso. I pochi dati sull'uomo suggeriscono che i vaccini contro il Covid-19 possano indurre il corpo a creare anticorpi neutralizzanti, capaci di impedire al virus di infettare le cellule. Ma non è chiaro se questo livello sia sufficiente a fermare nuove infezioni e quanto durino gli anticorpi.

Quinto e ultimo interrogativo riguarda l'origine del virus, un vero rompicapo. Si concorda sul pipistrello ferro di cavallo come punto di partenza, dato che ospita due coronavirus molto simili (per il 96%) al SARSCoV2. Ma un 4% di differenza tra i due genomi sono decadi di evoluzione. Si è pensato ad un ospite intermedio, come il pangolino, che però condivide fino al 92% del genoma con il nuovo coronavirus. Gli sforzi fatti finora in Cina e nel Sud-est asiatico per isolare il virus negli animali selvatici o d'allevamento sono stati finora infruttuosi.

 

(Fonte: Ansa)

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La prossima emergenza sanitaria? La depressione. Disoccupazione e crisi economica post Covid: previsti fino a 200mila casi in più

I dati della Fondazione Onda rivelano uno scenario inquietante. La Lombardia regione più colpita. Gli effetti a breve e a lungo termine dell'epidemia da coronavirus avranno costi sociali altissimi


Depressione - Psicologo Viterbo - Dott. Andrea Clementi

“La disoccupazione generata dalla crisi economica potrebbe determinare un aumento sino a 150 - 200mila casi di depressione in Italia, pari al 7% delle persone depresse. Il numero di depressi si appresta a raggiungere quello di malati di diabete in Italia”. Lo confermano studi condotti da esperti sul tema e i dati che emergono dal percorso di sensibilizzazione di Fondazione Onda: “Uscire dall’ombra della depresregione più colpitasione”. 

Cosa dicono i dati

Istituzioni e rappresentanti locali a livello medico, assistenziale e sociale si incontrano, in modalità virtuale, per facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate. Da questi incontri emerge che in Lombardia, la regione più colpita dalla pandemia, si stimano oltre 150 mila persone con depressione maggiore, la forma più grave e invalidante della malattia, e 1,3 residenti ogni 100 mila abitanti hanno ottenuto una prestazione previdenziale per invalidità o inabilità nel 2015 con un costo pari a circa 9.500 euro pro-capite. 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che l’emergenza coronavirus riguardi anche la salute mentale. “L’emergenza sanitaria prolunga la sua ombra sul benessere psicologico delle persone, con effetti a breve e a lungo termine i cui esiti si potranno vedere anche nei prossimi anni”, spiega Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale, ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano.

“Nell’arco di qualche mese si è verificato, infatti, un aumento dei sintomi depressivi nella popolazione a causa della concomitanza di più fattori di rischio quali distanziamento sociale, solitudine, paura del contagio ed evitamento, ma prevediamo anche una crescita delle depressioni dovuta da un lato alle conseguenze di una serie di lutti complicati e dall’altro dall’imminente crisi economica. Basso reddito e aumento della disoccupazione determineranno, secondo diversi studi, un rischio 2-3 volte superiore di ammalarsi".

"In particolare, la disoccupazione generata dalla crisi economica potrebbe determinare un aumento dai 150-200.000 casi di depressione, pari al 7% delle persone depresse. Con queste prospettive il numero di depressi si appresta a raggiungere quello di malati di diabete in Italia, con un maggior impatto della depressione sia a livello economico sia sulla qualità di vita”.

I numeri della depressione

La depressione è riconosciuta dall’OMS come prima causa di disabilità a livello mondiale e riguarda circa 3 milioni di italiani, di cui circa 1 milione soffre della forma più grave, la depressione maggiore. Da una stima dei dati Istat, oltre 150.000 persone soffrono di depressione maggiore in Lombardia.

Tra questi 21.000 non rispondono ai trattamenti, secondo la rielaborazione su base regionale dei dati dello studio epidemiologico italiano Dory, volto a identificare i pazienti affetti da depressione resistente attraverso un’analisi di database amministrativi.

In tale contesto, Istituzioni e rappresentati locali a livello medico, assistenziale e sociale si sono confrontati, in modalità virtuale, su come affrontare più efficacemente la malattia, superare lo stigma associato alla depressione, facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate.

 “I costi diretti non sono l’unico tassello da tenere in considerazione se si vuole cogliere appieno il peso economico e sociale di questa patologia. I costi indiretti (sociali e previdenziali) la fanno da padrone rappresentando il 70% del totale dei costi della malattia”, dice Francesco Saverio Mennini, Professore di Economia Sanitaria e Direttore del EEHTA del CEIS dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

“Basti pensare ai costi previdenziali legati all’elevato numero di giorni di assenza dal lavoro causato dalla depressione maggiore, alla perdita di produttività legata al presenteismo. Visto l’incremento previsto del numero delle persone con depressione in seguito alla pandemia di Covid-19, il peso economico della malattia è destinato ad aumentare”. Anche il costo legato agli assegni ordinari di invalidità e alle pensioni di inabilità, che si aggira intorno ai 106 milioni di euro, pari a 9.500 euro annui a beneficiario, rientra tra i costi indiretti legati alla malattia.

In Lombardia, secondo un’analisi dell’EEHTA del CEIS (Economic Evaluation and HTA CEIS) basata su dati del 2015, tali prestazioni di invalidità previdenziale vengono concesse a 1,3 persone con depressione maggiore ogni 100.000 abitanti. Analizzando la situazione per provincia, a Cremona sono state accolte 2,8 domande di invalidità previdenziale, a cui segue Como con 2,7, Varese con 1,8, Mantova con 1,5, Bergamo con 1,4, Pavia con 1,1, Milano e Brescia con 1,0 e infine Sondrio con 0,0 ogni 100.000 abitanti.

Questi dati testimoniano che stiamo parlando di una malattia fortemente invalidante, che impatta in maniera significativa sulla vita dei pazienti e della società, da molteplici punti di vista”, prosegue Mennini. “Gestire il paziente in una fase precoce della malattia consente non solo un miglioramento della sua qualità di vita, ma anche una riduzione dell’impatto dei costi per il sistema sanitario e sociale”. 

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Covid-19, gli strascichi della malattia. Polmoni a rischio e problemi respiratori cronici: cosa succede ai guariti

Dopo l'infezione da Covid-19 i polmoni sono a rischio per almeno 6 mesi ed il 30% dei guariti avrà problemi respiratori cronici. E' il nuovo preoccupante scenario che arriva dal meeting della Società Italiana di Pneumologia. La cicatrice lasciata sul polmone dal Covid-19 può infatti comportare un danno respiratorio irreversibile, capace di comportare una nuova patologia e "una nuova emergenza sanitaria", avverte lo pneumologo Luca Richeldi


Covid-19: nei casi gravi è una tempesta sull'intero organismo | Il ...

Guariti da coronavirus, ma dopo? Ce lo porteremo dietro a lungo non soltanto perché non c'è ancora un vaccino ma perché, secondo gli esperti, l'infezione da Covid potrebbe lasciare strascichi a lungo termine sulla funzionalità respiratoria e talvolta comprometterla in modo irreversibile, soprattutto nei pazienti usciti dalla terapia intensiva. È il preoccupante scenario che arriva oggi dal convegno digitale della Società Italiana di Pneumologia, durante il quale sono stati messi a confronto i primi dati di follow-up raccolti nel nostro Paese e dai medici cinesi con gli esiti di pazienti colpiti da SARS nel 2003.  

Da questo confronto emerge chiaramente che l'infezione polmonare da coronavirus può lasciare un'eredità cronica sulla funzionalità respiratoria: si stima che in media in un adulto possano servire da 6 a 12 mesi per il recupero funzionale, che per alcuni però potrebbe non essere completo. Dopo la polmonite da Covid-19 potrebbero perciò essere frequenti alterazioni permanenti della funzione respiratoria ma soprattutto segni diffusi di fibrosi polmonare: il tessuto respiratorio colpito dall'infezione perde le proprie caratteristiche e la propria struttura normale, diventando rigido e poco funzionale, comportando sintomi cronici e necessità, in alcuni pazienti, di ossigenoterapia domiciliare.  

La fibrosi polmonare potrebbe diventare perciò il pericolo di domani per molti sopravvissuti a Covid-19 e rendere necessario sperimentare nuovi approcci terapeutici come i trattamenti con cellule staminali mesenchimali. "Non abbiamo al momento dati certi sulle conseguenze a lungo termine da polmonite da Covid-19, è trascorso ancora troppo poco tempo dall'inizio dell'epidemia a Wuhan, dove tutto è cominciato. Tuttavia le prime osservazioni rispecchiano da vicino i risultati di studi di follow-up realizzati in Cina a seguito della polmonite da SARS del 2003, molto simile a quella da Covid-19, confermando il sospetto che anche Covid-19 possa comportare danni polmonari che non scompaiono alla risoluzione della polmonite", spiega Luca Richeldi, membro del Comitato Tecnico e Scientifico, presidente della Società Italiana di Pneumologia (SIP) e Direttore del Dipartimento di Pneumologia, al Policlinico "Gemelli" di Roma.  

“In molti pazienti Covid-19 che sono stati ricoverati o intubati osserviamo dopo la dimissione difficoltà respiratorie che potrebbero protrarsi per molti mesi dopo la risoluzione dell'infezione e i dati raccolti in passato sui pazienti con SARS mostrano che i sopravvissuti alla SARS a sei mesi di distanza avevano ancora anomalie polmonari ben visibili alle radiografie toraciche e alterazioni restrittive della funzionalità respiratoria, come una minor capacità respiratoria, un minor volume polmonare, una scarsa forza dei muscoli respiratori e soprattutto una minor resistenza allo sforzo, con una diminuzione netta della distanza percorsa in sei minuti di cammino. Ma, soprattutto - precisa Richeldi - il 30% dei pazienti guariti mostrava segni diffusi di fibrosi polmonare, cioè grosse cicatrici sul polmone con una compromissione respiratoria irreversibile: in pratica potevano sorgere problemi respiratori anche dopo una semplice passeggiata".

"Questi problemi si sono verificati anche in pazienti giovani, con un'incidenza variabile dal 30 fino al 75% dei casi valutati - interviene Angelo Corsico, Direttore della Pneumologia della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo e Ordinario di Pneumologia all'Università di Pavia - E i primi dati riferiti dai medici cinesi su Covid-19 e i nostri primi dati osservazionali, parlano di molti pazienti sopravvissuti nei quali viene diagnosticata proprio una fibrosi polmonare, ovvero una situazione in cui parti di tessuto dell'organo sono sostituite da tessuto cicatriziale non più funzionale". Gli esperti temono perciò che la fibrosi polmonare possa rappresentare il pericolo di domani e per questo richiamano l'attenzione alla necessità di specifici ambulatori dedicati al follow-up dei pazienti che sono stati ricoverati, specialmente i più gravi e gli anziani più fragili, che potrebbero necessitare di un trattamento attivo farmacologico e di percorsi riabilitativi dedicati. "

Reliquati polmonari purtroppo ci sono per questo avremo una nuova categoria di pazienti con cicatrici fibrotiche a livello polmonare da Covid con insufficienza respiratoria, che rappresenterà certamente un nuovo problema sanitario" sottolinea Richeldi. "A Pavia un ambulatorio post-Covid, dedicato ai pazienti dimessi dalla Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo, è già attivo dal 27 aprile scorso - aggiunge Corsico - i pazienti vengono sottoposti a esame radiografico del torace, prove di funzionalità respiratoria, test del cammino di 6 minuti, ecografia toracica e cardiaca e, se necessario, a TAC toracica per indagare la presenza di una pneumopatia interstiziale diffusa o di una embolia polmonare. I dati preliminari sembrano confermare le prime osservazioni cinesi su Covid-19: diversi pazienti dimessi, purtroppo, presentano ancora insufficienza respiratoria cronica, esiti fibrotici e bolle distrofiche. È quindi necessario seguirli con attenzione e soprattutto inserirli in adeguati programmi di riabilitazione polmonare". 

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Coronavirus, il virologo Silvestri spiazza tutti: "Lockdown forse inutile". Ecco le sue ragioni

"La grande ritirata continua" e "continua imperterrita". In Italia Sars-CoV-2 arretra ogni giorno e Guido Silvestri, virologo tricolore docente negli Usa alla Emory University di Atlanta, sabato diceva: "Siamo ormai al giorno 18 dalla riapertura del 4 maggio, e del tanto temuto ritorno del virus non se ne vede neanche l'ombra". E oggi lo scienziato rilancia i suoi dubbi sugli effetti benefici della chiusura totale


Roberto Burioni e Guido Silvestri: Contro i negazionisti del ...

I lockdown totali contro il Covid-19 potrebbero non essere così utili: meglio chiusure parziali e mirate in caso di esplosione di nuovi casi. Lo sottolinea su Facebook il virologo Guido Silvestri (nella foto con Francesco Burioni), spiegando che "qui ogni giorno scopriamo cose nuove, e non è saggio rimanere della stessa idea quando cambiano i dati a nostra disposizione".

Per questo la visione ora è diversa: "Se il Presidente Conte o chi per lui mi avesse chiesto il 10 marzo 2020 un parere sul lockdown, avrei detto senza esitazione: "Sì, lo dobbiamo fare, qui e subito". Perché in quel momento non avevamo altra scelta. Ora, due mesi dopo, sappiamo fortunatamente molte più cose sul virus e sulla malattia, ed è normale che, quando cambiano le informazioni a nostra disposizione, cambino anche le nostre opinioni".

Alcuni dei fatti chiave emersi in queste ultime settimane, spiega il virologo, sono che "la stagionalità sembra avere un ruolo molto importante nell'andamento della pandemia in specifiche aree geografiche", e "l'immunità naturale potrebbe essere più facile da raggiungere a causa di cross-reattività dell'immunità cellulare con altri coronavirus".

Inoltre "non sempre le chiusure "totali" hanno dato risultati migliori delle chiusure parziali o limitate (vedi New York vs. Florida). I clusters più grandi di contagi avvengono in ambienti non protetti dalla chiusura (case di riposo, ospedali, famiglie, industria della conservazione della carne, ecc.), mentre i contagi in altri ambienti sono rari".

Senza contare "i danni psicologici della chiusura prolungata sui bambini e adolescenti", per non parlare dei danni socio-economici. "Alcuni modelli epidemiologici" aggiunge Silvestri "che hanno previsto grandi benefici dalla chiusura potrebbero essere basati su dati iniziali incompleti e/o contenere errori metodologici".

E infine, "stanno emergendo terapie in grado di limitare la morbidità e mortalità da COVID-19". Ognuno di questi punti, conclude, "meriterebbe un saggio di dieci o venti pagine che naturalmente non ho il tempo di scrivere adesso. Ma il punto è un altro. Il punto è che io non sono né pro-chiusura né contro-chiusura. Io sono solo pro-scienza, pro-evidenza, e pro-dati. Sono uno che si fa un mazzo cosi' per studiare e comprendere la mole enorme di dati che emergono ogni giorno su COVID-19, e questo compito richiede, oltre a tanta competenza (non ce lo scordiamo, signori virologi della domenica!), anche una notevole apertura mentale ed onestà intellettuale". 

 

(Fonte: Agi)

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Coronavirus, Zangrillo: "Distanziamento? Nessuna evidenza scientifica nella logica del centimetro. Sulle mascherine rasentato il ridicolo. Terapie intensive e fase 3, dobbiamo essere pronti"

Alberto Zangrillo, primario di Terapia intensiva generale e cardiovascolare del San Raffaele di Milano, a tutto campo in un'intervista a Libero: "Al cittadino italiano bisogna parlare come a un adulto, non come a un bambino che non possiede tutti gli strumenti della comprensione"


Prof. Alberto Zangrillo

"Non c'è alcuna evidenza scientifica per cui dobbiamo stare distanti, tanto più se questa misura è basata sulla logica del centimetro. E poi: 7 metri quadrati a testa in piscina? Su quale base? Quanto alla mascherina, finché non avremo certezza che la protezione degli anziani e il buon senso vengono applicati, resta una tutela generica". A dirlo è Alberto Zangrillo, primario di Terapia intensiva generale e cardiovascolare del San Raffaele di Milano, in un'intervista oggi su 'Libero'.

Per quanto riguarda le mascherine, continua Zangrillo, "si è creata una dialettica che ha rasentato il ridicolo: siamo passati dall'esasperata ricerca della mascherina che rispondesse ai criteri più rigorosi al proporre quella fatta in casa. Eppure il cittadino italiano ha mediamente dimostrato di essere responsabile e disposto a ogni sacrificio. Bisogna parlargli come a un adulto, non come a un bambino che non possiede tutti gli strumenti della comprensione", dice il primario del San Raffaele che, in base ai dati raccolti nella pratica clinica, spiega: "Ci stiamo abituando a convivere con il virus. Ed è tutto da dimostrare che in autunno il virus tornerà minaccioso. Anche se fosse, non ci troveremmo impreparati, perché ora conosciamo molto più del virus e molto di più delle cure e siamo molto più attrezzati a livello territoriale e ospedaliero".

In fase 2 è "assolutamente fuori luogo pensare di risolvere il problema investendo su un raddoppiamento delle terapie intensive", sottolinea spiegando: "Innanzitutto la terapia intensiva non è solo una struttura sanitaria, ma soprattutto un gruppo di lavoro. Per pensare di raddoppiare le terapie intensive bisogna pensare a chi ci va a lavorare. Ci vuole un gruppo di lavoro molto competente e addestrato e anche molto affiatato. Non è come raddoppiare i supermercati, i barbieri o le piscine". In secondo luogo, prosegue lo specialista, "gli eventuali nuovi posti di terapia intensiva dovrebbero essere creati vicino alla struttura ospedaliera cui fanno riferimento, e con lo stesso gruppo di lavoro che opera nelle terapia intensive dell'ospedale. Ma soprattutto le terapie intensive, che erano il primo problema nella fase 1, adesso devono diventare l'opzione estrema. Dobbiamo fortificare piuttosto la medicina del territorio e la collaborazione tra medico di base e ospedale".

Il Paese deve essere pronto per la fase 3. L'osservazione clinica sta producendo tutti gli elementi utili non per fare la scelta coraggiosa, ma quella razionale che avvia la fase della ripresa". Sostiene il professor Zangrillo, che parla anche del protocollo 'Post' che ha messo a punto per una ripartenza prudente. Un acronimo per sintetizzare i concetti chiave: prudenza, organizzazione, sorveglianza, tempestività, "Il protocollo - spiega - è la base scientifica di una corretta ripartenza. Finora abbiamo vissuto di proiezioni statistiche, epidemiologiche, matematiche, ma non di dati clinici. Chi ha conosciuto il virus sul territorio e soprattutto in ospedale non ha avuto la possibilità di essere ascoltato dal Comitato tecnico-scientifico", dice Zangrillo. Per la fase 2, ricorda ancora il medico, "le indicazioni del Governo riguardano tutti allo stesso modo. Ma, sulla base di un lavoro svolto su più di 4.500 pazienti, siamo giunti alla conclusione che esiste una categoria ben precisa di cittadini che possono sviluppare la forma più grave dell'infezione virale. E' nei loro confronti che dobbiamo esercitare prudenza, ossia le stesse norme di buon senso che finora hanno saputo manifestare gli italiani. Per capirci: impedire la socializzazione dei ragazzi è un controsenso, se poi non si controlla il giovane adulto di 18-20 anni che va a trovare il nonno". La prudenza, dunque, resta fondamentale. Ma va agganciata anche a organizzazione, sorveglianza e tempestività. "Si tratta di organizzare un sistema triangolare in cui l'istituzione ospedaliera, la sanità regionale e il medico di medicina generale sono in collegamento per sorvegliare i soggetti a rischio. E questo al fine di agire con tempestività. La cura tempestiva a domicilio, se adottata correttamente - assicura lo specialista - è una cura efficace".

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