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updated 2:08 PM UTC, Jul 8, 2020

Aids, notizia clamorosa dal Brasile: uomo guarito con un mix di farmaci. E' il primo senza trapianto di midollo

L'uomo, spiegano gli esperti dell'università federale di San Paolo, ha smesso i trattamenti a marzo 2019 e il virus finora non è tornato. Il paziente, 36 anni, sieropositivo dal 2012, partecipava alla sperimentazione di una terapia mirata a 'stanare' il virus dai 'reservoir' che ha nelle cellule e che lo fanno tornare se si sospendono i trattamenti usuali


Guarisce dall'Hiv grazie alle cellule staminali, era sieropositivo ...

Un uomo trattato con un nuovo mix di farmaci potrebbe essere il primo guarito dall'infezione da Hiv senza bisogno di trapianto di midollo. Il caso è stato descritto alla conferenza Aids 2020. L'uomo, in cura a San Paolo, in Brasile, ha smesso i trattamenti a marzo 2019 e il virus finora non è tornato. Sieropositivo dal 2012, il paziente 36enne partecipava alla sperimentazione mirata a "stanare" il virus dalle cosiddette cellule "reservoir".

L'uomo, hanno spiegato gli esperti dell'Università federale di San Paolo nel corso della conferenza che si è tenuta in forma virtuale, è stato curato con un mix "aggressivo" di antiretrovirali e nicotinamide (vitamina B3). Una volta interrotta la terapia, il suo sangue è stato testato ogni tre settimane, senza nessun segno di infezione. "Anche se è un caso isolato - afferma al New York Times Ricardo Diaz, uno dei ricercatori coinvolti - potrebbe essere la prima remissione di lungo termine dell'Hiv senza un trapianto". Il 'paziente di san Paolo' potrebbe quindi aggiungersi a quelli di 'Londra' e 'Berlino', guariti però con un trapianto di midollo ricevuto per un tumore. Un bambino curato con un mix di farmaci e che è stato in remissione per due anni, invece, ha visto poi il ritorno del virus.

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Giulio Tarro, il virologo controcorrente: "Il coronavirus sparirà. Non so perché tutti vogliono rivederlo in autunno..."

L'esperto napoletano, mediaticamente noto come l'anti-Burioni, sostiene in un'intervista che, essendo il Covid-19 in gran parte identico al beta-coronavirus della prima Sars, avrà il suo stesso decorso e, pertanto scomparirà. Quindi il consiglio, in polemica con i colleghi meno ottimisti: "Meglio spegnere la televisione e godersi una passeggiata all'aria aperta in buona compagnia"


Il virologo Giulio Tarro: "Vi spiego perché l'immunità di gregge ...

"Tutti vogliono rivedere il coronavirus in autunnoNon capisco perché…”. Scherza così il virologo Giulio Tarro durante la trasmissione Radio Punto Nuovo, mentre parla dell’emergenza sanitaria e della possibilità che possa arrivare una seconda ondata dell’epidemia. “Questa in corso è la terza epidemia da Sars nel ventennio. Oltre alla prima Sindrome respiratoria acuta, che ha dato il nome a questa tipologia di coronavirus, abbiamo infatti assistito alla Mers e adesso alla Covid.

Il vaccino non c’è, non l’abbiamo a portata di mano”, nonostante l’accelerazione della ricerca, con test clinici sugli esseri umani in molti Paesi. “In piena epidemia vanno utilizzati altri farmaci. Quando il vaccino sarà pronto, lo terremo in considerazione. Certamente molti laboratori stanno provando a produrlo, se si riuscirà, allora si potrà utilizzare”.

“Mi auguro che per quel momento non staremo neppure pensando più a Covid-19”, ha dichiarato ancora il medico. Giulio Tarro in un’intervista della Fondazione Pietro Nenni ha più esplicitamente detto che il “Sars-Cov-2 o si adatta o è destinato a morire“.

“Uno studio fatto a Singapore” e pubblicato prima dell’approvazione della comunità scientifica su Biorxiv “dimostra che coloro che hanno avuto la prima Sars e sono guariti, hanno sviluppato un’immunità cellulare tale da renderli immuni anche al Sars-Cov-2. E questo perché i beta-coronavirus, categoria alla quale il Sars-Cov-2 appartiene, sono in grado di sviluppare un’immunità di tipo cellulare, addirittura più importante di quella derivante dalla produzione di Igg”, ha spiegato il medico.

“Si tratta di un risultato fondamentale, perché sta a dimostrare che il Sars-Cov-2 è per gran parte identico al beta-coronavirus della prima Sars e, quindi, avrà il suo stesso decorso”, cioè quello di sparire dopo poco tempo. Il virus della Sars si diffuse in Cina a novembre 2002, causando un’epidemia che venne dichiarata conclusa a luglio 2003, nonostante alcuni cluster rilevati anche nell’anno successivo. Nessun pericolo per una seconda ondata di Sars-Cov-2, insomma.

Meglio spegnere la televisione e godersi una passeggiata all’aria aperta in buona compagnia”, ha sottolineato Giulio Tarro. Riguardo la riapertura degli stadi, l’esperto si è detto assolutamente favorevole. “In Germania si gioca da un mese e prossimamente si darà anche la possibilità di accedere agli stadi. Bisogna allinearsi agli altri Paesi”.

Riguardo la polemica nata in seguito alle parole di Maria Van Kerkhove (Oms) sulla contagiosità degli asintomatici, il virologo è stato chiaro davanti ai microfoni della Fondazione Pietro Nenni. “Come al solito si spara a zero senza cercare di capire quello che una persona vuole effettivamente dire, specialmente se alcune dichiarazioni non collimano con un’opinione corrente”.

“Da un punto di vista scientifico, ha ragione. Un asintomatico infettivo non esiste. Non avendo sintomi, in quanto non ha una grande quantità di virus al suo interno, non può infettare proprio per questa ragione”. Giulio Tarro ha spiegato che la rappresentante Oms ha detto che sarebbe più corretto parlare di sintomatico lieve. “Lei ha tenuto a fare questa distinzione, che io trovo corretta sul piano scientifico”

Sulla possibilità che un sintomatico lieve possa contagiare, “bisogna sempre contestualizzare le varie situazioni. Se ci troviamo in una condizione di massima carica virale da parte del virus, in un certo periodo dell’anno, a determinate temperature, in alcuni luoghi chiusi sovraffollati. In questi casi, allora, le misure di distanziamento sociale e di protezione individuale hanno un senso anche nell’eventualità di incontrare un sintomatico lieve. Ma se la situazione è quella in cui ci troviamo adesso, non hanno proprio ragione di esistere“, ha concluso l’esperto.

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La prossima emergenza sanitaria? La depressione. Disoccupazione e crisi economica post Covid: previsti fino a 200mila casi in più

I dati della Fondazione Onda rivelano uno scenario inquietante. La Lombardia regione più colpita. Gli effetti a breve e a lungo termine dell'epidemia da coronavirus avranno costi sociali altissimi


Depressione - Psicologo Viterbo - Dott. Andrea Clementi

“La disoccupazione generata dalla crisi economica potrebbe determinare un aumento sino a 150 - 200mila casi di depressione in Italia, pari al 7% delle persone depresse. Il numero di depressi si appresta a raggiungere quello di malati di diabete in Italia”. Lo confermano studi condotti da esperti sul tema e i dati che emergono dal percorso di sensibilizzazione di Fondazione Onda: “Uscire dall’ombra della depresregione più colpitasione”. 

Cosa dicono i dati

Istituzioni e rappresentanti locali a livello medico, assistenziale e sociale si incontrano, in modalità virtuale, per facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate. Da questi incontri emerge che in Lombardia, la regione più colpita dalla pandemia, si stimano oltre 150 mila persone con depressione maggiore, la forma più grave e invalidante della malattia, e 1,3 residenti ogni 100 mila abitanti hanno ottenuto una prestazione previdenziale per invalidità o inabilità nel 2015 con un costo pari a circa 9.500 euro pro-capite. 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che l’emergenza coronavirus riguardi anche la salute mentale. “L’emergenza sanitaria prolunga la sua ombra sul benessere psicologico delle persone, con effetti a breve e a lungo termine i cui esiti si potranno vedere anche nei prossimi anni”, spiega Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento Neuroscienze e Salute Mentale, ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano.

“Nell’arco di qualche mese si è verificato, infatti, un aumento dei sintomi depressivi nella popolazione a causa della concomitanza di più fattori di rischio quali distanziamento sociale, solitudine, paura del contagio ed evitamento, ma prevediamo anche una crescita delle depressioni dovuta da un lato alle conseguenze di una serie di lutti complicati e dall’altro dall’imminente crisi economica. Basso reddito e aumento della disoccupazione determineranno, secondo diversi studi, un rischio 2-3 volte superiore di ammalarsi".

"In particolare, la disoccupazione generata dalla crisi economica potrebbe determinare un aumento dai 150-200.000 casi di depressione, pari al 7% delle persone depresse. Con queste prospettive il numero di depressi si appresta a raggiungere quello di malati di diabete in Italia, con un maggior impatto della depressione sia a livello economico sia sulla qualità di vita”.

I numeri della depressione

La depressione è riconosciuta dall’OMS come prima causa di disabilità a livello mondiale e riguarda circa 3 milioni di italiani, di cui circa 1 milione soffre della forma più grave, la depressione maggiore. Da una stima dei dati Istat, oltre 150.000 persone soffrono di depressione maggiore in Lombardia.

Tra questi 21.000 non rispondono ai trattamenti, secondo la rielaborazione su base regionale dei dati dello studio epidemiologico italiano Dory, volto a identificare i pazienti affetti da depressione resistente attraverso un’analisi di database amministrativi.

In tale contesto, Istituzioni e rappresentati locali a livello medico, assistenziale e sociale si sono confrontati, in modalità virtuale, su come affrontare più efficacemente la malattia, superare lo stigma associato alla depressione, facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate.

 “I costi diretti non sono l’unico tassello da tenere in considerazione se si vuole cogliere appieno il peso economico e sociale di questa patologia. I costi indiretti (sociali e previdenziali) la fanno da padrone rappresentando il 70% del totale dei costi della malattia”, dice Francesco Saverio Mennini, Professore di Economia Sanitaria e Direttore del EEHTA del CEIS dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

“Basti pensare ai costi previdenziali legati all’elevato numero di giorni di assenza dal lavoro causato dalla depressione maggiore, alla perdita di produttività legata al presenteismo. Visto l’incremento previsto del numero delle persone con depressione in seguito alla pandemia di Covid-19, il peso economico della malattia è destinato ad aumentare”. Anche il costo legato agli assegni ordinari di invalidità e alle pensioni di inabilità, che si aggira intorno ai 106 milioni di euro, pari a 9.500 euro annui a beneficiario, rientra tra i costi indiretti legati alla malattia.

In Lombardia, secondo un’analisi dell’EEHTA del CEIS (Economic Evaluation and HTA CEIS) basata su dati del 2015, tali prestazioni di invalidità previdenziale vengono concesse a 1,3 persone con depressione maggiore ogni 100.000 abitanti. Analizzando la situazione per provincia, a Cremona sono state accolte 2,8 domande di invalidità previdenziale, a cui segue Como con 2,7, Varese con 1,8, Mantova con 1,5, Bergamo con 1,4, Pavia con 1,1, Milano e Brescia con 1,0 e infine Sondrio con 0,0 ogni 100.000 abitanti.

Questi dati testimoniano che stiamo parlando di una malattia fortemente invalidante, che impatta in maniera significativa sulla vita dei pazienti e della società, da molteplici punti di vista”, prosegue Mennini. “Gestire il paziente in una fase precoce della malattia consente non solo un miglioramento della sua qualità di vita, ma anche una riduzione dell’impatto dei costi per il sistema sanitario e sociale”. 

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Covid, ecco il farmaco low cost che riduce la mortalità del 35 per cento

Un farmaco steroideo comune ha dimostrato buona efficacia su pazienti gravi da coronavirus. È già usato in Italia per i malati gravi: introdotto da marzo nelle linee Guida della Regione Lombardia


Un farmaco economico, costa circa 6 euro a paziente, e ampiamente disponibile da tempo, l'antinfiammatorio steroideo desametazone, potrebbe essere la prima terapia anti-Covid a salvare la vita ai pazienti gravemente colpiti dal coronavirus. E' quanto emerge da uno studio dell'Università di Oxford (Gb). Secondo i ricercatori il desametazone riduce di un terzo il rischio di decesso per i pazienti posti in ventilazione. Questo farmaco - ricorda la 'Bbc' - fa parte del più grande studio al mondo che sta testando i trattamenti già esistenti che potrebbero avere una efficacia contro Covid-19.

I ricercatori hanno stimato che, se il farmaco fosse stato disponibile nel Regno Unito dall'inizio della pandemia di coronavirus, si sarebbero potuti salvare fino a 5.000 pazienti. Nello studio, condotto da un team dell'Università di Oxford, a 2.000 soggetti ricoverati in ospedale è stato somministrato desametasone. Questi sono messi a confronto con oltre 4.000 che non hanno ricevuto il farmaco. Ebbene, fra quelli in ventilazione, il desametasone ha ridotto il rischio di decesso dal 40% al 28%, mentre nei pazienti trattati con ossigeno è stato in grado di salvare 1 vita ogni 20-25 persone circa trattate con il medicinale.

Secondo Peter Horby, a capo del team, "questo è finora l'unico farmaco che ha dimostrato di ridurre la mortalità e la abbatte in modo significativo. È un grande passo avanti". Il trattamento "dura fino a 10 giorni, il farmaco costa circa 6 euro, in totale si spendono in media meno di 40 euro per salvare una vita", evidenzia Martin Landray, ricercatore dell'Università di Oxford. Il desametasone non sembra aiutare però le persone con Covid-19 con sintomi più lievi e che non hanno bisogno di aiuto per la respirazione.


Rassegna stampa

Desametasone farmaco efficace nelle fasi critiche del coronavirus, riduce mortalità del 35 per cento

da Corriere.it

Uno farmaco steroideo ampiamente disponibile da tempo, l’antinfiammatorio desametazone, potrebbe essere un’efficace arma per salvare la vita a pazienti gravi di Covid-19. Emerge da uno studio dell’Università di Oxford.

Lo studio e l’efficacia

Il farmaco sarebbe in grado di ridurre la mortalità del 35 per cento in quei pazienti che hanno avuto bisogno di ventilazione. La BBC nel darne notizia parla del «più grande studio al mondo che sta testando i trattamenti già esistenti». La molecola è stata somministrata a 2.000 soggetti ricoverati in ospedale, messi a confronto con oltre 4.000 che non hanno ricevuto il farmaco. Il rischio di decesso si è ridotto dal 40% al 28%, mentre nei pazienti trattati con ossigeno è stato in grado di salvare una vita ogni 20-25 persone circa. Secondo Peter Horby, a capo del team, «questo è finora l’unico farmaco che ha dimostrato di ridurre la mortalità e la abbatte in modo significativo. È un grande passo avanti». Il trattamento «dura fino a 10 giorni, il farmaco costa circa 6 euro, in totale si spendono in media meno di 40 euro per salvare una vita», evidenzia Martin Landray, ricercatore dell’Università di Oxford. Il desametasone non sembra aiutare però le persone con Covid-19 con sintomi più lievi e che non hanno bisogno di aiuto per la respirazione. La Gran Bretagna inizierà immediatamente a somministrare desametasone ai pazienti affetti da coronavirus. «Poiché abbiamo individuato i primi segnali del potenziale del desametasone, lo abbiamo accumulato da marzo», ha affermato il ministro alla Salute, Mart Hancock.

Già utilizzato in Italia

L’efficacia degli steroidi contro alcune manifestazioni cliniche del Covid-19 non è una novità: se ne stanno usando e sperimentando alcuni e anche in Italia lo stesso desametasone viene utilizzato e compare, ad esempio, nelle linee guida sui farmaci della Regione Lombardia: «È stato recentemente descritto un beneficio di desametasone a basso dosaggio e per un periodo limitato di tempo (10 giorni), nella riduzione significativa della mortalità (...). Appare ragionevole considerare l’impiego di desametasone esclusivamente in pazienti con ARDS (sindrome da distress respiratorio) confermata e su indicazione intensivistica».

Da dove viene

Il desametasone è stato utilizzato dai primi anni ‘60 per trattare una vasta gamma di patologie, come l’artrite reumatoide e l’asma. Finora, l’unico altro farmaco che ha mostrato di portare benefici ai pazienti con Covid è il remdesivir, un trattamento antivirale che è stato usato per l’Ebola. Il desametasone è stato utilizzato per ridurre l’infiammazione e sembra che aiuti a fermare alcuni dei danni che possono verificarsi quando il sistema immunitario del corpo si sovraccarica mentre cerca di combattere il coronavirus. La reazione eccessiva del corpo è chiamata tempesta di citochine e può essere mortale.

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Coronavirus, il virologo Silvestri spiazza tutti: "Lockdown forse inutile". Ecco le sue ragioni

"La grande ritirata continua" e "continua imperterrita". In Italia Sars-CoV-2 arretra ogni giorno e Guido Silvestri, virologo tricolore docente negli Usa alla Emory University di Atlanta, sabato diceva: "Siamo ormai al giorno 18 dalla riapertura del 4 maggio, e del tanto temuto ritorno del virus non se ne vede neanche l'ombra". E oggi lo scienziato rilancia i suoi dubbi sugli effetti benefici della chiusura totale


Roberto Burioni e Guido Silvestri: Contro i negazionisti del ...

I lockdown totali contro il Covid-19 potrebbero non essere così utili: meglio chiusure parziali e mirate in caso di esplosione di nuovi casi. Lo sottolinea su Facebook il virologo Guido Silvestri (nella foto con Francesco Burioni), spiegando che "qui ogni giorno scopriamo cose nuove, e non è saggio rimanere della stessa idea quando cambiano i dati a nostra disposizione".

Per questo la visione ora è diversa: "Se il Presidente Conte o chi per lui mi avesse chiesto il 10 marzo 2020 un parere sul lockdown, avrei detto senza esitazione: "Sì, lo dobbiamo fare, qui e subito". Perché in quel momento non avevamo altra scelta. Ora, due mesi dopo, sappiamo fortunatamente molte più cose sul virus e sulla malattia, ed è normale che, quando cambiano le informazioni a nostra disposizione, cambino anche le nostre opinioni".

Alcuni dei fatti chiave emersi in queste ultime settimane, spiega il virologo, sono che "la stagionalità sembra avere un ruolo molto importante nell'andamento della pandemia in specifiche aree geografiche", e "l'immunità naturale potrebbe essere più facile da raggiungere a causa di cross-reattività dell'immunità cellulare con altri coronavirus".

Inoltre "non sempre le chiusure "totali" hanno dato risultati migliori delle chiusure parziali o limitate (vedi New York vs. Florida). I clusters più grandi di contagi avvengono in ambienti non protetti dalla chiusura (case di riposo, ospedali, famiglie, industria della conservazione della carne, ecc.), mentre i contagi in altri ambienti sono rari".

Senza contare "i danni psicologici della chiusura prolungata sui bambini e adolescenti", per non parlare dei danni socio-economici. "Alcuni modelli epidemiologici" aggiunge Silvestri "che hanno previsto grandi benefici dalla chiusura potrebbero essere basati su dati iniziali incompleti e/o contenere errori metodologici".

E infine, "stanno emergendo terapie in grado di limitare la morbidità e mortalità da COVID-19". Ognuno di questi punti, conclude, "meriterebbe un saggio di dieci o venti pagine che naturalmente non ho il tempo di scrivere adesso. Ma il punto è un altro. Il punto è che io non sono né pro-chiusura né contro-chiusura. Io sono solo pro-scienza, pro-evidenza, e pro-dati. Sono uno che si fa un mazzo cosi' per studiare e comprendere la mole enorme di dati che emergono ogni giorno su COVID-19, e questo compito richiede, oltre a tanta competenza (non ce lo scordiamo, signori virologi della domenica!), anche una notevole apertura mentale ed onestà intellettuale". 

 

(Fonte: Agi)

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Coronavirus, Zangrillo: "Distanziamento? Nessuna evidenza scientifica nella logica del centimetro. Sulle mascherine rasentato il ridicolo. Terapie intensive e fase 3, dobbiamo essere pronti"

Alberto Zangrillo, primario di Terapia intensiva generale e cardiovascolare del San Raffaele di Milano, a tutto campo in un'intervista a Libero: "Al cittadino italiano bisogna parlare come a un adulto, non come a un bambino che non possiede tutti gli strumenti della comprensione"


Prof. Alberto Zangrillo

"Non c'è alcuna evidenza scientifica per cui dobbiamo stare distanti, tanto più se questa misura è basata sulla logica del centimetro. E poi: 7 metri quadrati a testa in piscina? Su quale base? Quanto alla mascherina, finché non avremo certezza che la protezione degli anziani e il buon senso vengono applicati, resta una tutela generica". A dirlo è Alberto Zangrillo, primario di Terapia intensiva generale e cardiovascolare del San Raffaele di Milano, in un'intervista oggi su 'Libero'.

Per quanto riguarda le mascherine, continua Zangrillo, "si è creata una dialettica che ha rasentato il ridicolo: siamo passati dall'esasperata ricerca della mascherina che rispondesse ai criteri più rigorosi al proporre quella fatta in casa. Eppure il cittadino italiano ha mediamente dimostrato di essere responsabile e disposto a ogni sacrificio. Bisogna parlargli come a un adulto, non come a un bambino che non possiede tutti gli strumenti della comprensione", dice il primario del San Raffaele che, in base ai dati raccolti nella pratica clinica, spiega: "Ci stiamo abituando a convivere con il virus. Ed è tutto da dimostrare che in autunno il virus tornerà minaccioso. Anche se fosse, non ci troveremmo impreparati, perché ora conosciamo molto più del virus e molto di più delle cure e siamo molto più attrezzati a livello territoriale e ospedaliero".

In fase 2 è "assolutamente fuori luogo pensare di risolvere il problema investendo su un raddoppiamento delle terapie intensive", sottolinea spiegando: "Innanzitutto la terapia intensiva non è solo una struttura sanitaria, ma soprattutto un gruppo di lavoro. Per pensare di raddoppiare le terapie intensive bisogna pensare a chi ci va a lavorare. Ci vuole un gruppo di lavoro molto competente e addestrato e anche molto affiatato. Non è come raddoppiare i supermercati, i barbieri o le piscine". In secondo luogo, prosegue lo specialista, "gli eventuali nuovi posti di terapia intensiva dovrebbero essere creati vicino alla struttura ospedaliera cui fanno riferimento, e con lo stesso gruppo di lavoro che opera nelle terapia intensive dell'ospedale. Ma soprattutto le terapie intensive, che erano il primo problema nella fase 1, adesso devono diventare l'opzione estrema. Dobbiamo fortificare piuttosto la medicina del territorio e la collaborazione tra medico di base e ospedale".

Il Paese deve essere pronto per la fase 3. L'osservazione clinica sta producendo tutti gli elementi utili non per fare la scelta coraggiosa, ma quella razionale che avvia la fase della ripresa". Sostiene il professor Zangrillo, che parla anche del protocollo 'Post' che ha messo a punto per una ripartenza prudente. Un acronimo per sintetizzare i concetti chiave: prudenza, organizzazione, sorveglianza, tempestività, "Il protocollo - spiega - è la base scientifica di una corretta ripartenza. Finora abbiamo vissuto di proiezioni statistiche, epidemiologiche, matematiche, ma non di dati clinici. Chi ha conosciuto il virus sul territorio e soprattutto in ospedale non ha avuto la possibilità di essere ascoltato dal Comitato tecnico-scientifico", dice Zangrillo. Per la fase 2, ricorda ancora il medico, "le indicazioni del Governo riguardano tutti allo stesso modo. Ma, sulla base di un lavoro svolto su più di 4.500 pazienti, siamo giunti alla conclusione che esiste una categoria ben precisa di cittadini che possono sviluppare la forma più grave dell'infezione virale. E' nei loro confronti che dobbiamo esercitare prudenza, ossia le stesse norme di buon senso che finora hanno saputo manifestare gli italiani. Per capirci: impedire la socializzazione dei ragazzi è un controsenso, se poi non si controlla il giovane adulto di 18-20 anni che va a trovare il nonno". La prudenza, dunque, resta fondamentale. Ma va agganciata anche a organizzazione, sorveglianza e tempestività. "Si tratta di organizzare un sistema triangolare in cui l'istituzione ospedaliera, la sanità regionale e il medico di medicina generale sono in collegamento per sorvegliare i soggetti a rischio. E questo al fine di agire con tempestività. La cura tempestiva a domicilio, se adottata correttamente - assicura lo specialista - è una cura efficace".

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Covid, il vaccino ancora non c'è ma la francese Sanofi dà già la precedenza agli Usa. Poi la parziale rettifica dopo le proteste europee

Il ceo del gigante farmaceutico, Paul Hudson, ha dichiarato che, se troverà un vaccino contro il coronavirus, il gruppo servirà "per primi" gli Stati Uniti perché "hanno investito di più". Insorgono il governo francese e l'Europa: "Va sottratto alle logiche di mercato. L'accesso sia per tutti"


Coronavirus, il vaccino non sarà per tutti. La Sanofi ha già ...

Il colosso farmaceutico francese Sanofi è finito nella bufera dopo che l'amministratore delegato, Paul Hudson, aveva fatto sapere che gli Stati Uniti avrebbero ottenuto per primi il vaccino anti-Covid su cui l'azienda sta lavorando. Oggi poi la marcia indietro: il presidente di Sanofi France, Olivier Bogillot, ha assicurato alla televisione Bfmtv che, "se gli europei lavorano rapidamente come gli americani" nel sostenere la ricerca, potrebbero ottenere il vaccino allo stesso tempo.

Hudson aveva detto ieri all'agenzia di stampa Bloomberg che il governo degli Stati Uniti aveva "diritto al maggior pre-ordine perché ha investito nell'assunzione del rischio" legato alla ricerca. Il vantaggio statunitense, secondo le dichiarazioni, sarebbe potuto essere di giorni o settimane. Una dichiarazione stigmatizzata come "inaccettabile" dalla sottosegretaria all'Economia francese, Agnès Pannier-Runacher. Mentre il primo ministro francese Edouard Philippe ha fatto sapere che il presidente di Sanofi, Serge Weinberg, gli ha dato "tutte le assicurazioni necessarie" sulla disponibilità in Francia di qualsiasi vaccino contro il nuovo coronavirus sviluppato dall'azienda. "Come ha affermato" il presidente "Emmanuel Macron, un vaccino contro Covid-19 deve essere un bene pubblico globale", ha twittato Philippe. "La parità di accesso al vaccino per tutti non è negoziabile".

Sanofi sta lavorando a due potenziali vaccini contro il coronavirus, uno dei quali in collaborazione con la Biomedical Advanced Research and Development Authority (Barda) americana. In una dichiarazione inviata via e-mail nella serata di ieri, Sanofi ha affermato che la sua produzione negli Stati Uniti sarebbe destinata principalmente al mercato Usa, mentre gli altri siti avrebbero coperto Europa e resto del mondo.

La prossima settimana Macron incontrerà i vertici della società per ottenere spiegazioni più esaustive. Il Presidente, spiegano fonti dell'Eliseo, è rimasto molto "colpito" dalla vicenda, profondamente convinto che un vaccino sia "un bene comune, estraneo alle leggi di mercato".

"Per noi sarebbe inaccettabile che un paese o un altro abbiano accesso prioritario per ragioni finanziarie", ha dichiarato la vice ministra delle Finanze francese, Agnès Pannier-Runacher, precisando di aver ricevuto assicurazioni della società e ricordando che le sue fabbriche sono in Francia. Sanofi aveva chiesto anche all'Unione europea l'apertura di una linea di credito per lo sviluppo del vaccino, come ha fatto con CureVac, la società tedesca a cui è stato garantito un fondo di 80 milioni di euro. Senza ottenere risposta.

LA REAZIONE UE

"La solidarietà e lo stretto coordinamento sono i modi più efficaci e sicuri per rispondere alla Covid-19. Insieme ai nostri partner globali abbiamo raccolto impegni per 7,4 mld di euro: il vaccino contro la Covid-19 deve essere un bene pubblico globale e l'accesso deve essere equo e universale". Così il portavoce per la Salute della Commissione Europea Stefan De Keersmaecker commenta le dichiarazioni del Ceo di Sanofi Paul Hudson, che in un'intervista a Bloomberg ha affermato che gli Usa saranno i primi a ricevere un vaccino contro la Covid-19, se la compagnia farmaceutica francese, che ha un amministratore delegato britannico, riuscirà a svilupparlo.

Per Hudson, il governo americano è stato il primo finanziatore della ricerca di Sanofi ed è quindi corretto che gli Usa ricevano per primi il vaccino, se la ricerca della società francese darà buoni frutti. "Abbiamo dato 80 mln di finanziamenti alla tedesca Curevac, che ha una tecnologia promettente per il vaccino. Una volta sviluppato, il vaccino deve passare attraverso un processo di approvazione e l'Ema assicurerà un processo il più veloce possibile. Per noi è molto importante che, visto che il virus è globale, ci lavoriamo a livello globale", spiega De Keersmaecker.

Riguardo all'accesso ai finanziamenti Ue da parte della multinazionale francese, il portavoce capo Eric Mamer ha notato che "ci sono dei programmi di ricerca ai quali Sanofi può attingere", aggiungendo però di non avere i dati sottomano. "Questa questione - ha detto ancora de Keersmaecker - sta molto a cuore alla commissaria Stella Kyriakides, che ne ha parlato con i ministri della Salute. E' un elemento davvero al cuore del dibattito nel quadro della risposta europea alla pandemia".

Le dichiarazioni di Hudson hanno scatenato un pandemonio in Francia, dove sono morte più di 27mila persone a causa della pandemia di Covid-19. La viceministra dell'Economia Agnes Pannier-Runacher ha detto che una mossa simile da parte di Sanofi sarebbe "inaccettabile", non senza sottolineare che la compagnia farmaceutica ha stabilimenti produttivi in Francia. Olivier Faure, segretario del Partito Socialista, ha scritto su un social network che la ricerca di Sanofi "è largamente finanziata dal credito d'imposta per la ricerca. Non possiamo dipendere dalla Cina per le mascherine e vedere la nostra stessa produzione partire per gli Usa. Il governo non può permetterlo".

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Coronavirus, notizie incoraggianti che parlano italiano: per la prima volta un vaccino anti-Covid funziona sulle cellule umane

Parla Luigi Aurisicchio, amministratore delegato della Takis di Pomezia che ha messo a punto il vaccino. Le prove eseguite nel laboratorio di virologia dell'istituto Spallanzani: "Procedendo con questi ritmi sarà possibile avviare da luglio le prime sperimentazioni sull'uomo". Selezionati due candidati


Coronavirus, vaccino italiano blocca il Covid19 nei topi ...

Funzionano gli anticorpi generati nei topi dal vaccino italiano dell'azienda Takis: lo indicano i test eseguiti nel laboratorio di Virologia dell'istituto Spallanzani. Lo ha detto all'ANSA l'amministratore delegato Luigi Aurisicchio. E' il livello più avanzato finora raggiunto nella sperimentazione di un candidato vaccino nato in Italia, ma i test sull'uomo sono previsti comunque dopo l'estate.

Per la prima volta al mondo un candidato vaccino contro il nuovo coronavirus ha neutralizzato il virus nelle cellule umane. Lo ha detto Luigi Aurisicchio, amministratore delegato della Takis di Pomezia che ha messo a punto il vaccino, spiegando che il test fatto allo Spallanzani è stato possibile grazie all'esperienza dell'istituto, che dopo avere isolato il virus ha messo a punto un metodo per verificare l'efficacia di vaccini e molecole direttamente sul virus.

I test all'Istituto Spallanzani
"Grazie alle competenze dello Spallanzani, per quanto ne sappiamo, siamo i primi al mondo ad aver dimostrato la neutralizzazione del coronavirus da parte di un vaccino. Ci aspettiamo che questo accada anche nell'uomo", ha detto ancora Aurisicchio. "Stiamo anche esplorando altre interessanti piattaforme tecnologiche in collaborazione con la LineaRx, un'azienda americana. Alcuni vaccini hanno ricevuto importanti finanziamenti e hanno già iniziato la fase clinica in altri Paesi. Noi ce la stiamo mettendo tutta perché un vaccino che nasce dalla ricerca italiana, con una tecnologia tutta italiana e innovativa, venga sperimentato in Italia e messo a disposizione di tutti. Per fare questo - ha rilevato - abbiamo bisogno del supporto delle istituzioni e di partner che ci aiutino ad accelerare il processo: questa non è una gara e insieme possiamo vincere tutti contro il coronavirus".

I cinque candidati vaccini, come funzionano
"I risultati ottenuti ad oggi sono incoraggianti e ben oltre le aspettative: dopo una singola vaccinazione, i topi hanno sviluppato anticorpi che possono bloccare l'infezione del virus Sars-CoV-2 sulle cellule umane", ha detto Aurisicchio. Dopo avere osservato che i cinque candidati vaccini generavano una grande quantità di anticorpi, i ricercatori hanno selezionato i due con i risultati migliori. Dal sangue ricco di anticorpi è stato isolato il siero e quest'ultimo è stato analizzato nel laboratorio di Virologia dell'Istituto Spallanzani. "Avevamo visto la quantità di anticorpi indotta, ora vediamo che gli anticorpi riescono a bloccare il virus", ha detto Aurisicchio. "Il prossimo passo - ha aggiunto - è capire quanto tempo dura la risposta immunitaria". Tutti e cinque i candidati vaccini si basano sul materiale genetico della proteina Spike, la punta molecolare che il virus usa per entrare nelle cellule umane, e sulla tecnica della elettroporazione, che consiste in un'iniezione nel muscolo seguita un brevissimo impulso elettrico per facilitare l'ingresso del vaccino nelle cellule e attivare così il sistema immunitario.
"Il disegno molecolare dei nostri vaccini ha tenuto conto di una serie di importanti parametri per generare anticorpi funzionali contro la proteina Spike, in particolare contro la regione che si lega alle cellule del polmone dell'uomo", ha osservato il direttore dell'area Anticorpi monoclonali della Takis, Giuseppe Roscilli. Per il direttore dell'area Malattie infettive dell'azienda, Emanuele Marra, "ad oggi, la risposta immune generata dalla maggior parte dei nostri cinque candidati ha un effetto sul virus. Ci aspettiamo risultati ancora migliori dopo la seconda vaccinazione".
Un'altra caratteristica dei candidati vaccini è la capacità di adattarsi all'evoluzione del virus e alle sue eventuali mutazioni, ha osservato il direttore del programma NeoMatrix dell'azienda, Fabio Palombo. "Stiamo già lavorando a un processo modificabile nel giro di poche settimane, qualora il virus accumuli mutazioni - ha spiegato - e diventi invisibile al sistema immunitario: lo stesso concetto che usiamo per sviluppare i vaccini contro il cancro".  

 

(Fonte: Ansa)

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