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updated 2:03 PM UTC, Dec 9, 2019

A Pechino, Emmanuel Macron e Xi Jinping si sono uniti nelle critiche a Donald Trump

Il terzo e ultimo giorno della visita del Capo di Stato francese in Cina è stato caratterizzato dalla firma di circa 40 accordi e contratti.


I diplomatici lo sanno: niente di meglio per avvicinare due paesi che trovare un avversario comune. Incontro a Pechino mercoledì 6 novembre, terzo e ultimo giorno della visita ufficiale di Emmanuel Macron in Cina, il presidente francese e il suo omologo Xi Jinping hanno mostrato le loro convergenze di vedute, persino la loro unità, di fronte all'unilateralismo di Donal Trump, sia in campo commerciale che ambientale e sulla questione iraniana.

Dopo un'intervista al Palazzo del Popolo, i due capi di stato hanno descritto l'accordo sul clima di Parigi come "processo irreversibile" e "bussola", denunciando formalmente gli Stati Uniti. In un "Appello di Pechino sulla conservazione della biodiversità e sui cambiamenti climatici", pubblicato per l'occasione, entrambi i paesi affermano "il loro forte impegno a migliorare la cooperazione internazionale in materia di cambiamenti climatici per garantire l'attuazione dell'accordo, di Parigi totale ed efficace .

"Deploro le scelte fatte da alcuni e voglio comprenderle come scelte marginali", ha dichiarato Emmanuel Macron, un chiaro riferimento alle esternazioni di Donald Tump ma senza mai menzionare gli Stati Uniti. "Perché quando Cina, Unione Europea, Russia (che ha ratificato l'Accordo di Parigi qualche settimana fa), si impegnano fermamente, la scelta isolata dell'uno o dell'altro non è sufficiente per cambiare rotta, servono solo a emarginare e isolare".

Qualche istante prima, i due capi di stato avevano elogiato il multilateralismo, in un attacco non troppo inequivocabile contro Donald Trump. A sua volta, Xi Jinping ha affermato la sua opposizione alla "legge della giungla e agli atti intimidatori " , "protezionismo e gioco a somma zero" e "il tentativo di porre gli interessi nazionali al di sopra di quelli dell'umanità.

La Meloni che non ti aspetti: "Se in Siria si fa ancora il presepe è anche grazie a Hezbollah". Che risposta a Salvini! Vi spieghiamo i motivi di queste parole (VIDEO)

"Se in Siria è ancora possibile fare i presepi, se ancora è possibile difendere la comunità cristiana, è anche grazie a un fronte nel quale ci sono il governo di Assad, la Russia, l’Iran e le milizie libanesi di Hezbollah". Giorgia Meloni replica così alle dichiarazioni del vicepremier e ministro dell'Interno, Matteo Salvini, aggiungendo che quando si tratta di questioni internazionali "le semplificazioni non aiutano". Cosa c'è dietro?


La geopolitica ai tempi del populismo e un mercato di voti contesi tra i due leader italiani del fronte sovranista, teoricamente alleati, praticamente concorrenti, in vista delle prossime elezioni europee. Già, al di là dei rapporti di forza, oggi nettamente a favore di Salvini, o proprio in ragione dei medesimi, si sta giocando una derby piuttosto teso tra il soverchiante Matteo e la scalpitante Giorgia. Ma non solo. Ci sono due inclinazioni diverse nell'interpretare quella che era o è la "destra" italiana.

LUI - Salvini è astuto e ha fatto praticamente il pieno con il suo predicare spiccio di legge, ordine e padronanza di casa nostra. Ha avuto buon gioco con i suoi slogan più semplici di una felpa a tema geografico e si è potuto permettere persino il lusso di citare ripetutamente alla lettera la Buonanima di Benito Mussolini, lui che fascista non lo è mai stato nemmeno un minuto nella sua vita scandita in gran parte dai riti padani e dal Milan. Però ha studiato, eccome (ne abbiamo le prove), checché ne dicano i detrattori.

LEI - Dall'altra parte c'è la Meloni, ex ragazzina dell'ultimo Fronte della Gioventù, sezione di Colle Oppio, baluardo mitico dei camerati romani alla cui sede la giunta ha Raggi ha recentemente messo i sigilli. E' lì che nasce la sua identità insieme a una rapida e vivace carriera politica. Vince pur non largamente, appoggiata da Maurizio Gasparri, il congresso dei giovani di An contro uno dei suoi attuali colonnelli, il milanese Carlo Fidanza, allora della corrente di Alemanno. Quindi scala rapidamente le gerarchie del partito finiano raggiungendo persino una poltrona ministeriale, secondaria ma "mica cotica". Bene, tralasciando i tormenti intermedi, da qualche anno guida quei Fratelli d'Italia che sono gli unici eredi parlamentari del Msi e del postfascismo successivo.

Da ciò derivano fondamentalmente due cose: che la presidente di FdI ha una storia bene precisa che interpreta sì liberamente e pragmaticamente, ma con molti meno complessi rispetto a noti colleghi più anziani; inoltre, che con quella storia deve fare ancora i conti, con tutto quanto ne consegue. Tradotto: non può sembrare troppo "fascista" perché sennò se la mangiano viva avversari e commentatori né può mollare troppo la piazza, altrimenti il capitano leghista le porta via anche i resti dell'eredità.

PERCHE' HEZBOLLAH - Piccola digressione. Il mondo sotterraneo del neofascismo ha vissuto sempre in modo tormentato le questioni geopolitiche, senza che le vicende mediorientali facessero eccezione. L'antisemitismo non c'entra, o c'entra fino a un certo punto. La dirigenza di quello che fu il Msi è sempre stata filo-israeliana, più ancora che filo-americana, giacché la lacerante contrapposizione Usa-Urss creava molti dubbi e interrogativi amletici. Furono vicini allo Stato ebraico fior di fascistoni e dal viaggio di Giulio Caradonna in poi l'elenco sarebbe lungo. Poco scandalo, non fosse stato altro che per altri rinnegamenti, avrebbe suscitato dunque a ben nota visita di Gianfranco Fini. D'altro canto, invece, le componenti più rivoluzionarie e radicali della destra, dentro e fuori il partito, stavano con gli arabi e con gli oppressi palestinesi. Persino la guerra in Libano fu divisiva, tra chi andò ad addestrarsi nella Falange maronita legata a Israele e chi parteggiava apertamente per i miliziani che combattevano contro l'invasore con la Stella di David. Hezbollah, il partito di Dio, braccio armato dell'Iran nel paese dei cedri, non è mai dispiaciuto dunque a un certo ambiente, così come il regime fondato dall'ayatollah Khomeini. E dire che anche persino nella guerra Iran-Iraq e nei decenni successivi i fascisti si scontrarono: chi con la teocrazia anti-americana di Teheran, chi con il laico e socialista Saddam Hussein, peraltro poi altrettanto nemico di Washington... Ma anche questa è un'altra storia. Oggi si tratta di due visioni differenti dell'opposizione al mondialismo. Da una parte l'avversione all'asse tra israeliani, statunitensi e lobbies sovranazionali, dall'altra chi vede, nei Trump e nei Nethanyau dei paladini del mondo occidentale contro il terrorismo e l'invasione islamica. C'è poi un terzo incomodo, che infatti è il più furbo e spregiudicato, il quale, giocando su più tavoli, finisce per mettere più o meno d'accordo i nostri poveri sovranisti, cioè Vladimir Putin, alleato di Assad in Siria, ma anche ottimo amico di Israele, a sua volta nemico giurato di Damasco.

VI SIETE PERSI? - La confusione è comprensibile e allora, per farla breve, torniamo alla domanda? Perché la Meloni difende Hezbollah mentre Salvini (a ruota di Usa e Israele) li definisce terroristi? Non era meglio accodarsi, dato che si tratta di islamici, brutti, cattivi e barbuti così spendibili come nemici della civiltà occidentale, bianca e cristiana? No, perché la signora non vuole mollare al concorrente quella "fascisteria" più ideologica e meno "commerciale" che non le è così vicina ma che potrebbe anche venir presto buona. Diciamola tutta: le elezioni europee si avvicinano, Salvini è dato lanciato al 32%, i Fratelli d'Italia rischiano di essere cannibalizzati, quindi si guardano in giro, anche presso quanti avrebbero interesse a unire le proprie forze di per sé non sufficienti a raggiungere il fatidico 4% necessario per approdare a Strasburgo e Bruxelles.

CASAPOUND - Già alleata, poi rivale, della Lega di Salvini, Casapound, vivace movimento sovranista, in costante crescita di militanza, ma non altrettanto premiato dal grande elettorato, sta studiando nuove strategie per raggiungere forme importanti di rappresentanza istituzionale. Guarda caso le tartarughe sono da anni impegnate nel sostegno alla Siria di Assad, anche con concreti aiuti materiali recapitati attraverso onlus come Sol.Id a un popolo provato da una guerra terribile. Loro stanno con quello che quasi tutti in Italia e nel mondo considerano il cattivo. "Assad combatte il terrorismo", sostiene con forza il gruppo di Iannone e Di Stefano. Oggi lo dice anche Giorgia Meloni, che si schiera con il presidente siriano, i suoi alleati di Hezbollah, la Russia e l'Iran. Si tratta di coincidenze o è lecito azzardare il proverbiale "2+2"?  Gli interessati smentiranno, lo sappiamo. Ma vuoi vedere che... 

 

 

Trump schiera 5.200 uomini sul confine meridionale con il Messico

Il presidente americano, definisce la carovana di migranti proveniente dall'Honduras, una vera e propria "invasione"


L'esercito americano ha schierato 5.200 soldati sul confine sud-occidentale in risposta a una carovana di migranti provenienti dall'America centrale, una difficile situazione che il presidente Trump ha preso come slancio per partire con la campagna elettorale che lo accompagnerà alle elezione di metà mandato del 6 novembre.

E' stato il più grande e rapido schieramento di truppe Usa in servizio attivo, dopo la risposta al terremoto del 2010 ad Haiti, quando migliaia di persone arrivarono in pochi giorni al confine americano. L'escalation della risposta degli Stati Uniti al pericolo in frontiera, è stata programmata la scorsa settimana con l'invio di 800 soldati, che si sono affiancati ai 2.000 membri della Guardia Nazionale già presenti sul territorio.

"Il nostro primo livello di impegno sarà quello di rafforzare i punti di accesso e affrontare le lacune chiave nelle aree intorno ai punti di ingresso", ha detto il Gen. Terrence J. O'Shaughnessy, comandante del Corpo d'armata Nord degli Stati Uniti, spetta infatti a lui il compito di proteggere il confine con il Messico.

Con il probabile bilanciamento del potere al Congresso, in palio con le elezioni di martedì prossimo, il presidente Trump si è subito impadronito della situazione "migranti", per radunare i suoi sostenitori repubblicani e veicolare il tema della sua campagna elettorale, verso la sicurezza e l'immigrazione di massa. Ricordiamo che per il 90% le elezioni al Senato o alla Camera degli Stati Uniti vengono combattute e si definiscono, con i voti negli stati di confine dell'Arizona, della California e del Texas, molto sensibili a questi temi.

 

"Questa è un'invasione del nostro Paese e il nostro esercito è pronto ad aspettarli!", ha scritto lunedì mattina Trump su Twitter, senza menzionare direttamente i numeri delle truppe.

Non sono mancate le polemiche degli avversari politici, che definiscono l'uso di truppe attive come una mossa politica e che uno schieramento interno così massiccio ridurrà la prontezza militare per la difesa all'estero.

"Quando Donald Trump schiera le truppe per una minaccia inesistente, ciò significa che le truppe non si stanno allenando o preparando per i combattimenti che potrebbero essere all'orizzonte e per minacce legittime", ha detto Will Fischer, direttore delle relazioni governative per "VoteVets", un gruppo di difesa pro-democratica, da sempre antagonista di Trump, "Questo è uno stratagemma ai fini della campagna elettorale".

Il presidente, in un'intervista lunedì sera su Fox News, ha dichiarato che lo spiegamento non ha come fine le elezioni, ma fermare le bande di criminali e terroristi che hanno trovato un nascondiglio naturale nella carovana, questo porterebbe serie e gravi minacce per la sicurezza del popolo degli Stati Uniti. La Casa Bianca non ha fornito alcuna prova che tali persone siano nella carovana, ma alti funzionari statunitensi hanno citato arresti di presunti criminali durante il viaggio della carovana umana.

Molte delle persone in marcia stanno fuggendo dalla violenza, dalla povertà e dall'instabilità politica interna del loro paese, l'Hoduras. Il loro numero è cresciuto in modo direttamente proporzionale agli spazi che la notizia prendeva nei media di comunicazione che decidevano dar visibilità a questa fuga di massa. Un gruppo di oltre 4.000 migranti a piedi è a circa 900 miglia dagli Stati Uniti nel sud del Messico, mentre un altro gruppo di circa 3.000 rimane al confine tra Guatemala e Messico, sperando di unirsi al gruppo guida.  Purtroppo gli episodi di violenza e di repressione non sono mancati durante il viaggio, domenica scorsa, un uomo dell'Honduras di 26 anni è morto in uno scontro violento con le autorità messicane e guatemalteche, mentre il gruppo di migranti cercava di attraversare quel confine, passando attraverso la foresta.

Non ci si aspetta che le truppe facciano rispettare la legge sull'immigrazione degli Stati Uniti, hanno detto i funzionari e secondo i nuovi piani, circa 1.800 soldati andranno in Texas, 1.700 in Arizona e 1.500 in California. Le truppe saranno estratte da circa 10 installazioni dell'esercito degli Stati Uniti e consistono in gran parte da polizia militare e ingegneri. Il tratto più vicino del confine meridionale degli Stati Uniti con la carovana si trova nella valle del Rio Grande, nel sud del Texas, il luogo più frequentato dagli Stati Uniti per gli attraversamenti illegali dei confini. Non è noto dove i migranti potrebbero tentare di attraversare. Al ritmo della carovana, ci vorranno diverse settimane per raggiungere il Texas. Il confine con la California sarebbe poi raggiunto con almeno altri 10 giorni di cammino. I Funzionari del Dipartimento della Difesa "esprimono preoccupazione per l'assenza di una strategia globale per la sicurezza della frontiera sud-occidentale e le sfide che ne derivano per identificare e pianificare i ruoli di tale strategia". 

Situazione complicata dunque, che potrebbe presto trasformarsi in una crisi ancora più grave dell'arrivo di una carovana di migranti sul confine...

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Migranti; Trump suggerisce "un muro lungo il Sahara"

Per contrastare la crisi migratoria Donald Trump consigliò a Madrid di costruire un muro lungo il deserto del Sahara per frenare l'emigrazione in Spagna.


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha recentemente suggerito di costruire un "muro lungo il Sahara" per frenare l'emigrazione al ministro degli Esteri spagnolo Josep Borrell, secondo un video trasmesso dai media spagnoli. "Chiudere i porti non è una soluzione ma costruire un muro lungo il Sahara, si"  queste le recenti dichiarazioni del presidente Trump, ad un pranzo pubblico a Madrid. "Ma sai come il Sahara è grande?" Ha dichiarato il ministro degli interni spagnolo, rispondendo alla provocazione di Donald Trump, senza specificare quando il Presidente degli Stati Uniti avesse lanciato questa frase. "Occupa la maggior parte del nord Africa, questo enorme deserto è di circa 4.800 km da est a ovest" ha proseguito canzonando il presidente americano.

Secondo alcune stime il muro che Donald Trump vuole costruire al confine con il Messico per impedire l'ingresso di immigrati clandestini negli Stati Uniti, dovrebbe misurare 3.200 chilometri e costare fino a 20 miliardi di dollari (17 miliardi di euro).

La Spagna è attualmente la prima via d'accesso all'immigrazione clandestina verso l'Europa, secondo l'OIM, con oltre 380.000 arrivi via terra e via mare dall'inizio dell'anno. Attualmente la Spagna ha nel continente africano due imponenti recinzioni alte sei metri che bloccano l'accesso ai suoi micro-territori di Ceuta e Melilla, senza sbocco sul mare nel nord del Marocco, ma questo non scoraggiano i migranti che cercano continuamente di varcare i confini spagnoli

La quarta teoria politica, il mondo multipolare di Donald Trump e un'esistenza da rivedere

"L'Europa è debole nei pensieri, a sua differenza la Russia è mentalmente proiettata verso una civiltà del futuro". Parla Alexander Dugin, da molti considerato il "guru" di Putin, spesso contrastato dai paesi occidentali che lo definiscono persona non gradita. Ma lui continua: "noi siamo fedeli alle origini e al cristianesimo, voi avete il gender"


Dugin è il fautore della "Quarta teoria politica" ovvero la direzione in cui si dovrebbe spostare l'attuale strategia politica europea, e precisa:

"Nel mondo di oggi sembra che la politica sia finita - almeno quello che sapevamo del liberalismo persistentemente che ha lottato contro i suoi nemici politici, senza proporre ricette alternative . Con il conservatorismo, la monarchia, il tradizionalismo, il fascismo, il socialismo, e infine il comunismo sotto la tenda del ventesimo secolo, era logico supporre che una politica liberale avesse gioco facile con tutti i suoi avversari impegnati a ripensare una strategia per formare un nuovo fronte:  la periferia (opposizione) contro il centro (governo) ma tutto è andato in un altro modo. 
Il liberalismo ha sempre insistito sulla minimizzazione della politica e dopo la sua vittoria ha deciso di annullare completamente la politica (cosa che tutti possono oggi verificare facilmente in quasi tutti gli stati UE, dove il governo politico è stato abilmente sostituito da quello economico). Forse tutto questo al fine di evitare la formazione di un'alternativa politica e mantenere il suo regno in eterno oppure per un esaurimento del pensiero ideologico politico che porta alla conseguente assenza di nemici, che sono fattori necessari per una corretta costituzione di una posizione politica. In ogni caso, il liberalismo ha portato la riduzione della politica nel suo senso ideologico. Allo stesso tempo, egli stesso è cambiato, come risulta in questo periodo storico, tutte le ideologie politiche che sono state in forte conflitto tra di loro nei secoli passati hanno perso la loro rilevanza, fascismo e comunismo, nonché le loro varietà collaterali, perse, e il liberalismo, dopo aver vinto, mutò immediatamente nella vita quotidiana, nel consumismo, nell'individualismo, nello stile postmoderno della vita sub-politica frammentata. La politica è diventata una biopolitica, si è spostata a livello individuale. Si scopre che non solo coloro che hanno perso ideologie politiche, ma politica come tale, anche la sua parte liberale. Pertanto, la formazione di un'alternativa costruttiva viene bloccata. Coloro che non sono d'accordo con il liberalismo si trovano in una situazione difficile: il nemico vittorioso si è sciolto e scomparso; la lotta è con l'ariaCome affrontare la politica, quando non esiste una politica? 
C'è una sola soluzione: abbandonare le teorie classiche politiche - vinti e vincitori, e con un sussulto d'immaginazione cogliere la realtà del nuovo mondo globale, di decifrare il corretto sviluppo post-moderno e di creare qualcosa di nuovo - al di là delle battaglie politiche dei secoli XIX e XX. Questo approccio è un invito allo sviluppo della quarta teoria politica - al di là del comunismo, del fascismo e del liberalismo. 
Per avvicinarsi allo sviluppo di questa quarta teoria politica, è necessario:

ripensare la storia politica degli ultimi secoli da nuove posizioni, al di là dei soliti cliché ideologici delle vecchie ideologie;per realizzare la profonda struttura della società globale emergente; 

decodificare correttamente il paradigma postmoderno; 

imparare ad non opporsi ad un'idea politica, a un programma o alla strategia, ma allo stato "oggettivo" delle cose, il tessuto sociale di una società apolitica e fratturata;

infine, costruire un modello politico autonomo che offra un modo e un progetto, da contrapporre a un mondo di vicoli morti e un riciclo infinito degli stessi

Secondo Alexander Dugin, -"la quarta Teoria Politica non è pensata come un solo ciclo di lavoro, ma come direzione di una vasta gamma di idee, studi, analisi, previsioni e progetti. Chiunque pensa in questa direzione può portare qualcosa di suo. In un modo o nell'altro, sempre più nuovi intellettuali, filosofi, storici, scienziati, pensatori stanno rispondendo a questa chiamata".

Un esempio molto recente e sotto gli occhi di tutti è la svolta politica che il mondo ha visto nelle scorse elezioni politiche americane.

Sempre secondo Dugin, con Trump l'ordine mondiale è cambiato in modo irreversibile e continuerà a cambiare. Al tempo stesso, saremo consapevoli della natura di questi cambiamenti in modo graduale e coerente. È ancora più importante formare diverse fasi e prestare attenzione alle più essenziali. 

Infatti, nelle elezioni americane nel 2016, qualcosa è accaduto. Il candidato presidenziale, Donald Trump, ha accusato l'elite dirigente di non seguire gli interessi americani e degli americani, ma gli interessi della setta liberale transnazionale dei "globalisti" e ha vinto, il che significa che il popolo americano stesso ha scelto una America degli americani. Uno stato che presti attenzione all'americano, non al globalista. Trump ha detto bruscamente: "sono per una autonomia interna e contro il globalismo". E fu sostenuto, gli americani lo seguirono, ciò significa che Trump perseguirà una politica radicalmente diversa da quella dei suoi predecessori e questo nel bene o nel male, influenzerà le fondamenta dell'ordine mondiale. I globalisti sono andati alla creazione di un governo mondiale e di un mondo unipolare. Volevano trasformare gli Stati Uniti nel centro del controllo globale e del mondo.

Trump rifiuta radicalmente questa linea e lo modifica esattamente al contrario. La risposta è breve e allo stesso tempo estremamente significativa: Trump è venuto al potere sotto la bandiera di "un ordine mondiale multipolare". La poli-polarità è oggi la chiave principale dell'architettura della politica mondiale. Qual è l'essenza della multipolarità? Non esiste una sola verità in questo mondo, non ci sono norme di correttezza politica, non esiste un sistema di valore obbligatorio. Ogni civiltà, ogni società, ogni grande potere, chiunque sia in grado di stabilire, difendere e difendere la propria sovranità, diventa un polo indipendente. Il mondo sarà diviso in diverse zone corrispondenti alle civiltà, in diversi spazi grandi. La Grande America domina la sua sfera naturale di influenza, difendendo i suoi interessi nazionali come lo ritiene opportuno. Un grande spazio nordamericano.

Un altro polo diventerà la Grande Eurasia, La Cina, l'India, l'Europa, il mondo islamico - ciascuna di queste civiltà, a sua volta, costituiranno un grande spazio. E tra questi due poli potranno nascere relazioni commerciali e persino conflitti competitivi, rendendosi conto che nessuno ha il diritto di interferire negli affari delle entità politiche sovrane, i governanti del mondo multipolare dovranno costruire insieme l'architettura di una pace giusta. Tutti insieme, tenendo conto che le differenze di ogni civiltà sono uniche.

In un mondo multipolare non ci sarà posto per un'ideologia liberale totalitaria. Ogni società potrà scegliere qualsiasi ideologia - religiosa o secolare, democratica o monarchica, progressista o conservatrice e tradizionalista. Quello che è adatto agli americani può non essere adatto ai cinesi o ai musulmani. Ciò che sceglieranno i russi, potrà non piacere agli europei. Ma in tutti i casi la scelta non sarà imposta dall'élite globalista, ma liberamente fatta dai popoli stessi. Qualità arricchirà l'umanità, aprirà nuovi orizzonti spirituali, sociali e geopolitici. Il mondo multipolare è la fine delle ideologie totalitarie della modernità, la fine dell'imperialismo e della colonizzazione.

Pertanto, la vittoria di Trump è la fine del globalismo come ideologia è invece un altro soggetto della storia politica per la gente. La gente come unità storica culturale. Non è un caso che Trump veniva accusato soprattutto di populismo. Populismo dalle parole popolate. Per i globalisti, questa è una maledizione, perché essi stessi non rappresentano alcuna gente - sono sempre solo minoranze etniche e sociali. La vittoria dei popoli è la morte di una setta globalista. Questo è ciò che sta accadendo oggi.

Con la vittoria di Trump un punto di svolta è già stato raggiunto. Benvenuti nel mondo multipolare di Donald Trump. 

FONTE (dugin.ru)

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Fuga di notizie sull'attentato di Manchester: Londra furiosa con gli americani. Theresa May pronta a "ribaltare" Trump

Nel mirino dei britannici, afferma la Bbc, i media Usa e la stessa amministrazione di Washington. Il New York Times ha pubblicato fotografie che mostrano i resti dell'ordigno utilizzato nell'attacco. Diffuso anche il nome dell'attentatore che Downing Street avrebbe voluto mantenere riservata. La prima ministra annuncia rimostranze al presidente statunitense che incontrerà a Bruxelles per il vertice Nato - (VIDEO)


La polizia che indaga l'attentato alla Manchester Arena ha smesso di condividere le informazioni con gli Stati Uniti dopo la pubblicazione dei leak sull'inchiesta da parte della stampa statunitense. Lo riferisce la Bbc, spiegando che la polizia del Greater Manchester spera di riprendere presto le normali relazioni di intelligence, ma è attualmente "furiosa" per le fotografie pubblicate dal 'New York Times' che mostrano i resti dell'ordigno utilizzato nell'attacco.

I media americani hanno anche diffuso il nome dell'attentatore, nome che Londra avrebbe voluto mantenere riservato. La premier britannica Theresa May dovrebbe sollevare la questione con Donald Trump che incontrerà a Bruxelles per il vertice della Nato.

La premier Theresa May "metterà in chiaro" con il presidente Trump che le informazioni condivise tra le intelligence dei due Paesi "devono rimanere riservate". Al termine di una riunione del gabinetto di emergenza, la May ha annunciato che esprimerà al presidente Usa la posizione di Londra nel corso del vertice Nato di Bruxelles. Prima della partenza letteralmente ha detto: "Chiarirò al presidente Trump che le informazioni di intelligence condivise tra le nostre autorità devono restare al sicuro".

Inoltre, ha detto la premier, il livello di allarme terrorismo nel Regno Unito rimane "critico", a indicare che un attacco è ritenuto probabile o "imminente". May ha anche riferito che altri mille militari sono stati dispiegati in tutto il Paese per assistere la polizia.

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Milano, ecco gli "antitrumpisti": presidio di protesta davanti al consolato americano

Nel giorno dell'insediamento di Donald Trump torna in scena un antiamericanismo che i buoni sentimenti progressisti incarnati da Barack Obama avevano fatto finire in letargo. Preoccupazione della rappresentanza diplomatica Usa: i cittadini americani vengono invitati a non transitare nella zona della protesta organizzata in Largo Donegani da gruppi di antagonisti contro il nuovo presidente. Alla fine si ritrovano non più di una sessantina di giovani e meno giovani: striscioni (anche contro Salvini, Le Pen ed Erdogan), slogan, qualche fumogeno e "poco arrosto"...


Nel giorno dell'insediamento di Donald Trump come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d'America, in America è tempo di contestazioni contro le elezioni e il suo insediamento. Contestazioni anche a Milano, dove è stato organizzato un presidio davanti al consolato USA di largo Donegani. Le misure di sicurezza sono scattate: camionette delle forze dell'ordine hanno circondato la zona, gli agenti in tenuta antisommossa a controllare i manifestanti. La protesta organizzata dai centri sociali e dai collettivi studenteschi. Circa una sessantina le persone che si sono ritrovate davanti al consolato USA con striscioni anti Trump, anti Erdogan, Le Pen, Salvini, Al Baghdadi tutti con la scritta  "Stop gang of hate". I dirigenti del consolato americano, alcune ore prima, e appena saputo dai servizi di sicurazza della volontà di organizzare una protesta, hanno invitato i cittadini americani a non transitare nella zona del consolato stesso.

Donald Trump, il discorso al "Live Concert" poco prima dell'insediamento alla Casa Bianca

 "Inauguration Day" si aprono le celebrazioni per il suo insediamento alla Casa Bianca. '' Faremo in modo che l'America ritorni grande" così il presidente Donald Trump ha iniziato il suo discorso al concerto tenutosi al Lincoln Memorial ieri. (VIDEO)


Oggi invece il giorno speciale, quello in cui Donald Trump farà ufficialmente il suo ingresso alla Casa Bianca da comandante. Una tabella di marcia serratissima che comincerà nella mattina di Washington con una preghiera e terminerà con balli e feste per omaggiare il nuovo presidente, 45esimo e successore di Barack Obama. Un cerimoniale serrato, quello di oggi. Nel frattempo, si registrano le prime - prevedibili - con molte star in prima linea tra Washington e New York. Secondo la tradizione, Trump farà colazione con la sua famiglia e un gruppo di invitati alla Blair House, residenza che ospita le delegazioni di altri Paesi in visita ufficiale negli Usa. "Ora dobbiamo cicatrizzare tutte le ferite, il popolo americano è uno solo e deve essere unito", ha detto Trump assicurando: "Sarò il presidente di tutti gli Americani, nessuno resterà indietro, nessuno verrà dimenticato"

La cerimonia dell'insediamento - che avrà il clou alle 17 italiane - è blindata ma non sono mancate le proteste. Momenti di tensione davanti all'edificio del National Press Club di Washington, dove si svolge uno degli eventi per l'insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, il DeploraBall. Un gruppo di manifestanti anti-Trump e' venuto a contatto con i sostenitori del tycoon, dando vita a qualche tafferuglio. In seguito al lancio di oggetti, una persona sarebbe rimasta ferita. La polizia in tenuta antisommossa e' intervenuta per cercare di riportare la calma.

Tutte emozioni che nel giro di poche ore sono destinate a moltiplicarsi, quando il neo presidente su un'altra scalinata, quella di Capitol Hill, sede del Congresso americano, giurera' come 45/mo presidente degli Stati Uniti.

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