Log in
updated 10:26 AM UTC, Jul 3, 2020

Coronavirus, dieci luminari parlano di crisi superata e contagio difficile. Ma Galli l'intransigente attacca: "Virus più buono? Grossolana sciocchezza. Illustri colleghi improvvisano competenze"

Un documento sul Covid-19 firmato da dieci scienziati, tra loro: Alberto Zangrillo, primario dell'Unità operativa e rianimazione del San Raffaele di Milano, Luciano Gattinoni, Direttore del Dipartimento di Terapia intensiva del Policlinico di Milano, e Matteo Bassetti, Direttore della clinica Malattie infette del Policlinico San Martino di Genova. Nel manifesto si parla del crollo dei nuovi casi positivi in Italia è inequivocabile e che la crisi dovrebbe essere superata. Il documento afferma che: "Evidenze cliniche segnalano una riduzione della sintomatologia e della possibilità di aggravamento. Molti casi hanno una carica virale molto bassa e il contagio sarebbe sempre più difficile". Ma non tutti sono d'accordo: come Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità, e Massimo Galli dell'ospedale Sacco di Milano che continuano a invitare alla prudenza, sostenendo che: "Il virus è ancora tra noi". In particolare Galli è stato protagonista di una dura polemica televisiva, ospite di Bianca Berlinguer - (LEGGI TUTTO)


Massimo Galli a #Cartabianca risponde a Zangrillo: "Coronavirus ...

Intervenuto nella trasmissione Cartabianca di Bianca Berlinguer, su Rai 3, il professor Massimo Galli ha fatto chiarezza sul contagio da coronavirus. Lo ha fatto criticando aspramente i colleghi, a suo dire meno qualificati, che nei salotti televisivi e sulle pagine dei quotidiani hanno parlato di un “virus diventato buono”.  Il direttore del reparto di Malattie Infettive ha sottolineato che si tratta del “solito virus, magari con qualche mutazione, che non lo rende più tranquillo”.

“Quarant’anni di studi, qui si continua a parlare. Gli esperti dicono una cosa e l’opposto. I miei illustri colleghi stanno improvvisando competenze su virus e epidemia, venendo magari da fantastici curricula da altri campi. Io non mi metto a fare l’oncologo o il nefrologo, non mi metto a fare altri mestieri in termini di valutazioni di elementi e di esperienza, santo cielo”, ha sbottato Massimo Galli.

“Questi illustri colleghi, che magari hanno posizioni sul virus diventato buono, mi devono giustificare i nuovi focolai di Covid in giro per l’Italia. Mi devono giustificare i pazienti che in questo momento a Tor Vergata hanno purtroppo una ventilazione meccanica, venendo dal focolaio del San Raffaele”. Così il direttore del reparto di Malatti infettive dell’ospedale Sacco di Milano ha sfidato i colleghi.

“Dobbiamo distinguere tra la coda di un’epidemia, con casi di minore gravità perché quelli che dovevano andar male sono già andati male, e la continua volontà di andare a dire in giro che il virus è diventato buono. È una grossolana sciocchezza, vale la pena di dirlo una volta per tutte“, ha sottolineato ancora Massimo Galli a Cartabianca.

Sfatiamo il mito che gli asintomatici ci siano solo ora. C’erano anche all’inizio. Su 100 casi, quelli gravi sono 10, forse anche meno. Non stravolgiamo i criteri dell’epidemiologia per favore”, ha aggiunto. In un documento firmato da 10 esperti si legge proprio che i sintomi sembrerebbero più lievi nella maggior parte dei nuovi positivi.

“Trovo demenziale e irresponsabile dire che il virus si sia rabbonito. È smentito dai nuovi focolai, da quello che succede in Germania” nei mattatoi, dove il virus si diffonde maggiormente per diversi fattori, “in Cina, in Brasile. Nella compagine di coloro che sostengono certe posizioni temo ci siano molti neofiti. Bisogna parlare sulla base di dati, non sulla base di opinioni. Sono veramente stanco di dover contrastare posizioni di colleghi basate su impressioni e non su numeri”, ha concluso Massimo Galli.

  • Pubblicato in Salute

Giulio Tarro, il virologo controcorrente: "Il coronavirus sparirà. Non so perché tutti vogliono rivederlo in autunno..."

L'esperto napoletano, mediaticamente noto come l'anti-Burioni, sostiene in un'intervista che, essendo il Covid-19 in gran parte identico al beta-coronavirus della prima Sars, avrà il suo stesso decorso e, pertanto scomparirà. Quindi il consiglio, in polemica con i colleghi meno ottimisti: "Meglio spegnere la televisione e godersi una passeggiata all'aria aperta in buona compagnia"


Il virologo Giulio Tarro: "Vi spiego perché l'immunità di gregge ...

"Tutti vogliono rivedere il coronavirus in autunnoNon capisco perché…”. Scherza così il virologo Giulio Tarro durante la trasmissione Radio Punto Nuovo, mentre parla dell’emergenza sanitaria e della possibilità che possa arrivare una seconda ondata dell’epidemia. “Questa in corso è la terza epidemia da Sars nel ventennio. Oltre alla prima Sindrome respiratoria acuta, che ha dato il nome a questa tipologia di coronavirus, abbiamo infatti assistito alla Mers e adesso alla Covid.

Il vaccino non c’è, non l’abbiamo a portata di mano”, nonostante l’accelerazione della ricerca, con test clinici sugli esseri umani in molti Paesi. “In piena epidemia vanno utilizzati altri farmaci. Quando il vaccino sarà pronto, lo terremo in considerazione. Certamente molti laboratori stanno provando a produrlo, se si riuscirà, allora si potrà utilizzare”.

“Mi auguro che per quel momento non staremo neppure pensando più a Covid-19”, ha dichiarato ancora il medico. Giulio Tarro in un’intervista della Fondazione Pietro Nenni ha più esplicitamente detto che il “Sars-Cov-2 o si adatta o è destinato a morire“.

“Uno studio fatto a Singapore” e pubblicato prima dell’approvazione della comunità scientifica su Biorxiv “dimostra che coloro che hanno avuto la prima Sars e sono guariti, hanno sviluppato un’immunità cellulare tale da renderli immuni anche al Sars-Cov-2. E questo perché i beta-coronavirus, categoria alla quale il Sars-Cov-2 appartiene, sono in grado di sviluppare un’immunità di tipo cellulare, addirittura più importante di quella derivante dalla produzione di Igg”, ha spiegato il medico.

“Si tratta di un risultato fondamentale, perché sta a dimostrare che il Sars-Cov-2 è per gran parte identico al beta-coronavirus della prima Sars e, quindi, avrà il suo stesso decorso”, cioè quello di sparire dopo poco tempo. Il virus della Sars si diffuse in Cina a novembre 2002, causando un’epidemia che venne dichiarata conclusa a luglio 2003, nonostante alcuni cluster rilevati anche nell’anno successivo. Nessun pericolo per una seconda ondata di Sars-Cov-2, insomma.

Meglio spegnere la televisione e godersi una passeggiata all’aria aperta in buona compagnia”, ha sottolineato Giulio Tarro. Riguardo la riapertura degli stadi, l’esperto si è detto assolutamente favorevole. “In Germania si gioca da un mese e prossimamente si darà anche la possibilità di accedere agli stadi. Bisogna allinearsi agli altri Paesi”.

Riguardo la polemica nata in seguito alle parole di Maria Van Kerkhove (Oms) sulla contagiosità degli asintomatici, il virologo è stato chiaro davanti ai microfoni della Fondazione Pietro Nenni. “Come al solito si spara a zero senza cercare di capire quello che una persona vuole effettivamente dire, specialmente se alcune dichiarazioni non collimano con un’opinione corrente”.

“Da un punto di vista scientifico, ha ragione. Un asintomatico infettivo non esiste. Non avendo sintomi, in quanto non ha una grande quantità di virus al suo interno, non può infettare proprio per questa ragione”. Giulio Tarro ha spiegato che la rappresentante Oms ha detto che sarebbe più corretto parlare di sintomatico lieve. “Lei ha tenuto a fare questa distinzione, che io trovo corretta sul piano scientifico”

Sulla possibilità che un sintomatico lieve possa contagiare, “bisogna sempre contestualizzare le varie situazioni. Se ci troviamo in una condizione di massima carica virale da parte del virus, in un certo periodo dell’anno, a determinate temperature, in alcuni luoghi chiusi sovraffollati. In questi casi, allora, le misure di distanziamento sociale e di protezione individuale hanno un senso anche nell’eventualità di incontrare un sintomatico lieve. Ma se la situazione è quella in cui ci troviamo adesso, non hanno proprio ragione di esistere“, ha concluso l’esperto.

  • Pubblicato in Salute

Mascherina sì, mascherina no. Università della California: "Se indossata correttamente riduce la diffusione aerea del virus"

Le mascherine correttamente indossate forniscono una barriera fisica essenziale, riducendo il numero di particelle virali nel respiro di individui asintomatici che sono stati infettati dal nuovo coronavirus. E' quanto sottolineano in un articolo su 'Science' Kimberly Prather e i colleghi della University of California San Diego


Ormai è noto: Sars-CoV-2, il nuovo coronavirus, può essere diffuso da persone asintomatiche. Una realtà che sottolinea l'importanza di testare regolarmente e diffusamente la popolazione, di indossare mascherine e di praticare il distanziamento fisico. Le raccomandazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità sul distanziamento sociale e il lavaggio delle mani per ridurre la diffusione virale si basano su studi sulle goccioline respiratorie condotti negli anni '30. Quando sono stati portati avanti questi studi, non esisteva la tecnologia per la rilevazione delle particelle diffuse via aerosol.

Più recentemente, le misurazioni mostrano che tosse intensa e starnuti che diffondono le goccioline di saliva e trasudato più grandi possono creare migliaia di particelle aerosol che possono viaggiare ancora di più lontano. Studi recenti su Sars-Cov-2 hanno dimostrato che oltre alle goccioline, esso può essere trasmesso anche attraverso queste piccolissime entità. Un recente lavoro ha stimato che un singolo minuto di conversazione ad alta voce può generare tra i 1.000 e i 100.000 particelle aerosol contenenti virioni o particelle di virus sospese nell'aria.

Queste particelle infettive possono accumularsi nell'aria non circolante per ore, dove possono essere più facilmente inalati in profondità nei polmoni. Questo rende difficile definire una distanza di sicurezza realmente efficace, affermano gli autori.

I paesi che sono stati più efficaci nel limitare la diffusione di Covid-19 hanno implementato l'uso universale delle mascherine, fanno notare in conclusione gli esperti . È particolarmente importante, quindi - sottolineano - indossare questi dispositivi in luoghi dove si possono accumulare alte concentrazioni di virus, come strutture sanitarie, aeroplani, ristoranti e altri luoghi affollati con ventilazione ridotta.

 

(Fonte: Adnkronos)

  • Pubblicato in Salute

Coronavirus, il virologo Silvestri spiazza tutti: "Lockdown forse inutile". Ecco le sue ragioni

"La grande ritirata continua" e "continua imperterrita". In Italia Sars-CoV-2 arretra ogni giorno e Guido Silvestri, virologo tricolore docente negli Usa alla Emory University di Atlanta, sabato diceva: "Siamo ormai al giorno 18 dalla riapertura del 4 maggio, e del tanto temuto ritorno del virus non se ne vede neanche l'ombra". E oggi lo scienziato rilancia i suoi dubbi sugli effetti benefici della chiusura totale


Roberto Burioni e Guido Silvestri: Contro i negazionisti del ...

I lockdown totali contro il Covid-19 potrebbero non essere così utili: meglio chiusure parziali e mirate in caso di esplosione di nuovi casi. Lo sottolinea su Facebook il virologo Guido Silvestri (nella foto con Francesco Burioni), spiegando che "qui ogni giorno scopriamo cose nuove, e non è saggio rimanere della stessa idea quando cambiano i dati a nostra disposizione".

Per questo la visione ora è diversa: "Se il Presidente Conte o chi per lui mi avesse chiesto il 10 marzo 2020 un parere sul lockdown, avrei detto senza esitazione: "Sì, lo dobbiamo fare, qui e subito". Perché in quel momento non avevamo altra scelta. Ora, due mesi dopo, sappiamo fortunatamente molte più cose sul virus e sulla malattia, ed è normale che, quando cambiano le informazioni a nostra disposizione, cambino anche le nostre opinioni".

Alcuni dei fatti chiave emersi in queste ultime settimane, spiega il virologo, sono che "la stagionalità sembra avere un ruolo molto importante nell'andamento della pandemia in specifiche aree geografiche", e "l'immunità naturale potrebbe essere più facile da raggiungere a causa di cross-reattività dell'immunità cellulare con altri coronavirus".

Inoltre "non sempre le chiusure "totali" hanno dato risultati migliori delle chiusure parziali o limitate (vedi New York vs. Florida). I clusters più grandi di contagi avvengono in ambienti non protetti dalla chiusura (case di riposo, ospedali, famiglie, industria della conservazione della carne, ecc.), mentre i contagi in altri ambienti sono rari".

Senza contare "i danni psicologici della chiusura prolungata sui bambini e adolescenti", per non parlare dei danni socio-economici. "Alcuni modelli epidemiologici" aggiunge Silvestri "che hanno previsto grandi benefici dalla chiusura potrebbero essere basati su dati iniziali incompleti e/o contenere errori metodologici".

E infine, "stanno emergendo terapie in grado di limitare la morbidità e mortalità da COVID-19". Ognuno di questi punti, conclude, "meriterebbe un saggio di dieci o venti pagine che naturalmente non ho il tempo di scrivere adesso. Ma il punto è un altro. Il punto è che io non sono né pro-chiusura né contro-chiusura. Io sono solo pro-scienza, pro-evidenza, e pro-dati. Sono uno che si fa un mazzo cosi' per studiare e comprendere la mole enorme di dati che emergono ogni giorno su COVID-19, e questo compito richiede, oltre a tanta competenza (non ce lo scordiamo, signori virologi della domenica!), anche una notevole apertura mentale ed onestà intellettuale". 

 

(Fonte: Agi)

  • Pubblicato in Salute

"Il coronavirus si rifugia nei testicoli, ecco perché colpisce di più gli uomini". Uno studio che fa discutere, tra consensi e dubbi degli esperti

Perché il coronavirus uccide più uomini che donne? Uno dei tanti misteri che ancora circondano la pandemia può essere vicino a una spiegazione. Secondo uno studio condotto negli Usa dal Montefiore Health System e dall’Albert Einstein College of Medicine, le ghiandole genitali maschili rappresenterebbero una sorta di roccaforte per il COVID-19 quando è sotto attacco, dunque i testicoli, a differenza delle ovaie, produrrebbero la proteina ACE2, il recettore a cui il Coronavirus si lega per invadere le cellule umane. Tale teoria necessiterà di numerose verifiche e ha raccolto finora sia consensi che reazioni quantomeno caute mondo della scienza


Perché le dimissioni (ritirate) del presidente dei Biologi erano ...

I testicoli possono essere una sorta di rifugio per il coronavirus. E' quanto rivela uno studio condotto negli Usa dal Montefiore Health System e dall’Albert Einstein College of Medicine, in collaborazione con l’Ospedale di Malattie Infettive Kasturba di Mumbai in India. Lo studio, non ancora sottoposto a peer-review e disponibile sul sito MedRxiv, suggerisce un ulteriore elemento per valutare gli effetti del coronavirus in particolare sui pazienti di sesso maschile.

Quando il Covid-19 entra nel corpo si lega al recettore umano di ACE2, (enzima associato alla trasformazione dell'angiotensina), che costituisce il punto di ingresso nelle cellule umane per il virus Sars-Cov-2. L'ACE2 è individuabile nel tessuto polmonare, intestinale, cardiaco. Secondo lo studio, è presente anche nei testicoli. Nel tessuto ovarico, invece, la concentrazione è notevolmente inferiore.

I dati a livello globale indicano una maggiore mortalità tra gli uomini. Lo studio aggiunge un ulteriore tassello: 20 pazienti di sesso femminile hanno impiegato in media 4 giorni per guarire dal virus. Gli uomini hanno avuto bisogno di 6 giorni.

Il coinvolgimento dei testicoli, come si legge sul Los Angeles Times, induce il professor Aditi Shastri, oncologo al Montefiore Medical Center, a non escludere un'ulteriore ipotesi: "Prenderei assolutamente in considerazione l'ipotesi che il virus possa essere contenuto nel liquido seminale".

I dubbi degli esperti 

Sono diversi gli esperti che sono intervenuti a commentare questo studio.

  • Ron Mitchell, endocrinologo dell’Università di Edimburgo, ha espresso qualche perplessità. I dati analizzati sono pochi e le conclusioni, a detta degli stessi ricercatori, sono teoriche e non sono state testate. Inoltre la ricerca non indica quando una persona ha iniziato a essere infetta e di conseguenza non si può stabilire con certezza la durata della stessa infezione. Nello studio il team ha messo sotto osservazione bambini e adulti. Le differenze nei testicoli tra i primi e i secondi sono grandi e questa è stata giudicata come un “importante omissione”.
  • Anche Paolo Madeddu, professore di Medicina Cardiovascolare Sperimentale all’Università di Bristol, è scettico. Anche lui sottolinea come il campione analizzato sia molto piccolo e comunque le differenze sono statisticamente poco rilevanti. Si tratta di due giorni di permanenza in più del virus. Ci sono poi molte altre ragioni per la differenze di genere come i fattori di rischio come il fumo e la pressione alta, più comuni negli uomini, e la protezione data dagli ormoni femminili. Se la loro ipotesi fosse corretta, dovremmo vedere un’infiammazione dei testicoli, che per il momento non sembra essere un sintomo per Covid 19. Tra l’altro uno studio precedente che sosteneva che il virus riducesse la fertilità è stato ritirato. Bisogna tenere conto che in presenza di febbre alta per qualsiasi ragione sul numero di spermatozoi si riduce. Un’altra ricerca ha invece dimostrato che non c’è traccia del virus nel seme degli uomini. È quindi improbabile che i testicoli fungano da serbatoio per il coronavirus.
  • Pubblicato in Salute

Coronavirus, la proposta del virologo belga: "I calciatori potrebbero tornare in campo con la mascherina". E in Germania c'è chi vorrebbe mettere i giocatori "sotto vetro"

Uno scienziato avanza l'idea di tornare in campo con le protezioni per il viso: "È una possibilità da prendere in considerazione, consentirebbe la ripresa del calcio. Non parlo di quelle da chirurgo, inadatte, ma del tipo anti-inquinamento, più comode". Isolamento degli atleti e test a tappeto è invece la soluzione che viene dall'Università di Lipsia


 Coronavirus, Gremio in campo con le mascherine: "Non ci tutelano ...

Marc van Ranst, virologo belga consulente della Jupiler Pro League, non esclude la possibilità che i calciatori possano tornare in campo indossando le mascherine. "E' sicuramente una strada da considerare - ha detto a Le Soir - Non si tratta di quelle chirurgiche totalmente inadatte. Su internet si trovano mascherine anti-inquinamento che possono essere indossate da giocatori di football americano o ciclisti. Sono più comode".

Le immagini dei calciatori del Gremio all'ingresso in campo con le mascherine per protesta di un mese fa potranno diventare la normalità del calcio ai tempi del coronavirus. Almeno in Belgio, dove c'è in atto un braccio di ferro tra Federazione e Lega Calcio (da una parte) e Uefa dall'altra. I vertici del calcio locale, infatti, spingono per chiudere il campionato (il 24 ci sarà l'assemblea definitiva), ma hanno preso tempo dopo che la massima organizzazione europea ha minacciato di escludere i club belgi dalle competizioni europee. Intanto in settimana i club di Jupiler Pro League hanno ripreso ad allenarsi.

In Germania sono invece convinti basti molto meno. Uwe Liebert, direttore dell'Istituto di virologia dell'Università di Lipsia, sarebbe soddisfatto già di poter garantire l'isolamento dei giocatori e i test a tappeto: "L'ideale sarebbe che tutti i giocatori fossero in una sorta di scatola di vetro e fossero separati l'uno dall'altro", ha detto al giornale tedesco Mitteldeutsche Zeitung. Per questo riguarda i test, da utilizzare soprattutto per capire chi ha già avuto il virus e quindi potrebbe essere immune, il costo sarebbe di circa 130 euro, per una partita quindi non si spenderebbero più di 4.000 euro a squadra.

  • Pubblicato in Sport

Coronavirus, lo scienziato italiano Ferrari lascia il Consiglio europeo della ricerca: "Volevo finanziare un programma per combattere il Covid-19, sconfitto dalla burocrazia Ue"

L'esperto di nanomedicina era stato chiamato per coordinare l'Erc e affrontare a livello comunitario la pandemia. Ma i 2 miliardi di budget sono rimasti quasi fermi. Il professore dice di aver perso la fiducia nel sistema, bloccato dai burocrati di Bruxelles: "Sono profondamente deluso, vorrei tornare in frontiera, di nuovo al vero servizio di coloro che hanno bisogno di nuove soluzioni"


Lo scienziato italiano Mauro Ferrari si è dimesso dall'incarico di presidente del Consiglio europeo della ricerca (Erc), "deluso" dalla risposta europea all'emergenza Covid-19, come lui stesso ha annunciato in una lettera al 'Financial Times'.

"Ho rassegnato le dimissioni alla presidente Ursula von der Leyen. In questi mesi ho dedicato il mio tempo all'Erc, motivato dal mio entusiasmo per la grande reputazione di questa agenzia leader a livello mondiale, dal mio impegno per il sogno idealistico di un'Europa unita". Motivazioni, sottolinea con amarezza, "spazzate via da una realtà molto diversa, nel giro di appena tre mesi da quando ho assunto l'incarico. In tempo di emergenza le persone e le istituzioni tornano alla loro natura più profonda e rivelano il loro vero carattere".

Il nodo della questione, spiega lo stesso Ferrari, è la sua proposta di istituire, come Erc, un programma speciale per combattere Covid-19. Una mossa quasi dovuta, visto il pesante carico di "morti, sofferenza, trasformazione della società e devastazione economica", a danno soprattutto dei "più deboli". Ma "la proposta è stata respinta all'unanimità dall'organo di governo dell'Erc". Un secco no che ha "profondamente deluso" Ferrari.

"Chiedo scusa", esordisce nella lettera al Ft, ma "ora è tempo per me di tornare in frontiera, in prima linea nella lotta a Covid-19, con risorse e responsabilità reali, lontano dagli uffici di Bruxelles, dove le mie capacità politiche sono chiaramente inadeguate". Tornare "di nuovo al vero servizio di coloro che hanno bisogno di nuove soluzioni" che la scienza può dare.

  • Pubblicato in Salute

Coronavirus, Renzi vuole riaprire entro Pasqua: "Consentire che la vita riprenda". Ma gli scienziati lo bocciano: "Prematuro, irrealistico" (VIDEO)

In una diretta pubblicata sul proprio profilo Facebook, Matteo Renzi torna sull'intervista pubblicata sulle pagine di Avvenire, in cui propone la riaperture delle fabbriche entro Pasqua, altrimenti "la gente morirà di fame" - (VIDEO)


"Questo virus ci farà ancora male. Non per settimane, per mesi e mesi. Il vaccino non c’è e se andrà bene torneremo ad abbracciarci tra un anno, se andrà male tra due...". Matteo Renzi in una lunga intervista ad 'Avvenire' vede tempi lunghi per fronteggiare l'emergenza coronavirus. "Riapriamo - chiede il leader di Italia Viva - Perché non possiamo aspettare che tutto passi. Perché se restiamo chiusi la gente morirà di fame. Perché la strada sarà una sola: convivere due anni con il virus".

Per l’ex premier "bisogna consentire che la vita riprenda. E bisogna consentirlo ora. Sono tre settimane che l’Italia è chiusa e c’è gente che non ce la fa più. Non ha più soldi, non ha più da mangiare. I tentacoli dell’usura si stanno allungando minacciosi specialmente al Sud. Senza soldi vincerà la disperazione e si accende la rivolta sociale. I balconi presto si trasformeranno in forconi; i canti di speranza, in proteste disperate". Il leader di Italia Viva conclude: "Serve un piano per la riapertura e serve ora. Le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua. Poi il resto. I negozi, le scuole, le librerie, le Chiese. Serve attenzione, serve gradualità. Ma bisogna riaprire".

Le reazioni e risposte degli scenizati

"Pensare di riaprire le scuole è prematuro. E' giusto pensare al futuro ma serve molta attenzione. Dovremmo convivere con il fatto che pandemie come questa possono anche tornare, è accaduto con la Spagnola. Questo virus non ce lo toglieremo dai piedi velocemente, ma in questa fase è necessario agire per poter arginare la dimensione di morti che c'è stata in Lombardia". Cosi il virologo dell'Università di Milano Fabrizio Pregliasco ha commentato le dichiarazioni di Mattero Renzi a 'L'Avvenire'. Il leader di Iv chiede di "riaprire l'Italia, le fabbriche prima di Pasqua e le scuole il 4 maggio".

Sulla stessa linea Pierluigi Lopalco, l'epidemiologo dell'università di Pisa e presidente del Patto trasversale per la Scienza (Pts). "Pensare di riaprire le scuole il 4 maggio è una follia e fare proclami in questo momento è sbagliato", ha detto all'Adnkronos Salute. "Dobbiamo essere cauti e dare illusioni se non abbiamo dati - rimarca Lopalco - oggi abbiamo solo una flebile speranza in Lombardia ma ad esempio a Milano la situazione non è ancora sotto controllo. Come facciamo a riaprire le scuole se non lo abbiamo certezze. Non diamo false aspettative e speranze".

"Dobbiamo cominciare pensare a una ripresa delle nostre vite: non possiamo pensare di stare in casa al fine di rimanere in casa per sempre. Però in questo momento la situazione è ancora talmente grave da rendere irrealistico qualunque progetto di riapertura a breve", ha scritto su Twitter il virologo Roberto Burioni.

Più cauto Gianni Rezza, direttore del dipartimento Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità (Iss), che spiega: "Come epidemiologo devo guardare la salute pubblica e ora occorre rallentare e arrestare l'epidemia, Non possiamo tenere l'Italia chiusa per sempre, ma occorre vedere prima vedere gli effetti delle misure importanti messe in campo dal Governo. In questo momento non si può dire nulla non prima della fine del mese. Poi si posso studiare provvedimenti magari 'stop and go' o misure complementari. Vedremo cosa accadrà", ha detto Rezza ospite di 'Coffe Break' su La7.

Sottoscrivi questo feed RSS

FEED RSS