updated 2:00 PM UTC, Oct 22, 2020

Sondaggi, crescono Pd e Lega (che resta davanti), Fratelli d'Italia terzo partito. Ancora in calo il Movimento 5 Stelle

Il Partito Democratico cresce più di tutti, il Movimento 5 Stelle scende. E' la fotografia sulle intenzioni di voto degli italiani scattata da Index in un sondaggio per 'Piazzapulita'. Il primo partito resta sempre la Lega con il 24,2% delle preferenze: il partito di Matteo Salvini fa segnare un +0,2% rispetto a una settimana fa. Resta in scia il Partito Democratico con il 20,8%, +0,3% rispetto alla precedente rilevazione. Seguono Fratelli d'Italia con il 16,3% (+0,1%), Movimento Cinque Stelle con il 15,8% (-0,2%) e Forza Italia con il 6,2% (+0,1%).

Referendum e Regionali, coma va letto il voto del 20-21 settembre: l'analisi degli esperti

Il Sì al taglio dei parlamentari trionfa quasi ovunque, da Nord a Sud, ma con delle differenze. Sulle Regionali pesano fattori locali e l'effetto Covid. L'analisi di YouTrend per AGI


Elezioni, Governo più forte sull'asse Conte-Di Maio-Zingaretti -  Affaritaliani.it

Da Agi.it

Nel corso della notte si è andato completato un quadro che era già divenuto chiaro nel pomeriggio di ieri, regalando verdetti a volte inaspettati, per non dire quasi clamorosi. Si è votato per ben quattro tipi di consultazioni elettorali differenti, in questo strano election day – spalmato in verità su due giorni – a cavallo tra l'estate e l'autunno di un anno a dir poco particolare come il 2020.

I primi risultati ad essere diffusi sono stati quelli sul referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Un referendum che ha avuto un risultato netto, con i Sì che alla fine hanno sfiorato il 70% confermando i sondaggi della vigilia – per i quali la sfida non era mai stata davvero aperta. Nonostante un risultato a senso unico, però, il referendum ci ha comunque regalato degli spunti di riflessione interessanti, fin dai dati relativi all'affluenza.

Il primo spunto riguarda infatti proprio la partecipazione al voto: quella finale supera il 53%, ma con una netta distinzione tra le Regioni in cui si è votato anche per le Regionali (63,8%) e quelle in cui non si è votato (48,2%). Senza questo “fattore concomitanza”, forse l’affluenza non avrebbe raggiunto il 50% – anche se non essendoci il quorum, trattandosi di un referendum confermativo, si sarebbe trattato di una soglia "simbolica" e non decisiva.

Ma anche la distribuzione geografica del voto al Sì e al No fa riflettere, poiché si intravedono alcuni pattern elettorali che abbiamo imparato a riconoscere negli ultimi anni, sia pure in occasioni di elezioni diverse da un referendum costituzionale. Ad esempio, dalla mappa provinciale del voto al Sì si nota molto bene come gli elettori favorevoli al taglio dei parlamentari siano molto più numerosi al Sud (dove in molte province i Sì sfiorano o addirittura superano l’80%) che nel Centro e nel Nord. Una dinamica che ricorda, nemmeno troppo vagamente, il consenso al Movimento 5 Stelle – non a caso, principale ispiratore della riforma sottoposta a referendum – in occasione delle Politiche 2018.

Il Sì prevale quasi ovunque, da Nord a Sud. Ma con delle differenze

Il Sì in realtà prevale quasi ovunque, da Nord a Sud. Le sfumature più interessanti si ritrovano forse dentro i singoli comuni: emblematiche in questo senso sono le mappe di Roma, Milano, Napoli e Torino. In tutte queste città riaffiora la linea di frattura tra centro e periferia, con il No che va decisamente meglio della media (persino superando il Sì) soltanto nei quartieri più centrali e benestanti: il “partito delle ZTL” di cui si è parlato nel biennio 2016-2018 – con riferimento al Partito Democratico – stavolta è tornato a mobilitarsi per bocciare la riforma “populista” del taglio dei parlamentari (o quantomeno per provarci).

Che ci sia una correlazione tra il Sì e il voto al M5S da un lato e il No e il voto ai partiti di centrosinistra, del resto, lo confermano i dati dell’intention poll realizzato dall'istituto Tecnè per Mediaset. Dati che mostrano come il 92% degli elettori M5S abbia votato Sì, così come il 75-78% degli elettori dei 3 partiti di centrodestra, mentre la maggioranza degli elettori di centrosinistra abbia votato No, dal 55% degli elettori PD al 77% di quelli di Italia Viva.

Ma veniamo all'altro voto, quello più “politico” delle Regionali. Partendo innanzitutto dal bilancio: un “pareggio” per 3 a 3 (in attesa della Valle d'Aosta, che però ha regole diverse) che lascia un po’ di amaro in bocca al centrodestra, soprattutto alla Lega di Matteo Salvini, vittima ancora una volta di un eccesso di aspettative. Nonostante un avanzamento, infatti (il centrodestra prima di queste elezioni governava in 2 Regioni, ora ne governerà 3) alla vigilia le speranze degli uni – e i timori degli altri ­– parlavano di un centrodestra vincente in ben 4 Regioni, se non addirittura in 5.

 

Il bilancio delle Regionali è quindi incerto. Su entrambi i fronti vi sono importanti riconferme e qualche bella sorpresa, ma anche alcune delusioni. Vediamo quindi com’è andata, Regione per Regione.

VENETO. Quello di Luca Zaia è un successo travolgente, per quanto annunciato. Il governatore uscente vince il suo terzo mandato superando l'incredibile soglia del 75%. Impressionante è anche il dato della sua lista, che raccoglie da sola il 45%, un risultato pazzesco che lascia le briciole non solo agli avversari (con il primo degli inseguitori, Lorenzoni, fermo sotto il 16%) ma anche le liste alleate, a cominciare dalla Lega che non arriva al 16%.

LIGURIA. Anche qui il governatore uscente Giovanni Toti si riconferma, e lo fa bene, con il 56% dei voti. E anche in questo caso la lista più votata è proprio quella del presidente (Cambiamo! che sfiora il 23%). Come in Umbria un anno fa, anche in Liguria l'esperimento di una coalizione pre-elettorale tra PD e M5S si rivela un fallimento nell’unica Regione in cui era stato tentato, con il giornalista Ferruccio Sansa che non arriva al 39%.

MARCHE. Dopo la già citata Umbria, le Marche sono la seconda “regione rossa” a cadere, passando nelle mani del centrodestra dopo decenni di vittorie progressiste. Il candidato di FDI Francesco Acquaroli, già sconfitto 5 anni fa, stavolta vince sfiorando il 50% e con oltre 10 punti di vantaggio su Maurizio Mangialardi, candidatosi al posto dell'uscente Luca Ceriscioli su cui il PD non ha voluto investire per tentare una riconferma. Qui è buono il risultato della Lega, che supera il 22%, ma il primo partito della Regione è il PD, con il 25,1%.

TOSCANA. Sulla Toscana erano puntati gli occhi degli osservatori: sembrava difficile che con Giani il PD potesse ripetere “l’impresa” di Bonaccini in Emilia-Romagna, eppure anche questa volta – e con una mobilitazione in extremis degli ultimi giorni – il centrosinistra è riuscito a tenere la seconda delle sue “roccaforti” nel Centro Italia. Nonostante un equilibrio fotografato dai sondaggi fino all'ultimo, Giani stacca di ben 8 punti (48 a 40) la sua giovane sfidante leghista Susanna Ceccardi. Curiosità: la vittoria di Giani è così ampia che l’apporto di Italia Viva (un ben magro 4,5% nella Regione di Matteo Renzi) risulta non essere stato decisivo per l'esito finale.

CAMPANIA. Come ampiamente annunciato, Vincenzo De Luca stravince, e lo fa in misura persino superiore alle attese, con un 68% (dato provvisorio, ndr) con cui “polverizza” l'avversario ormai storico Stefano Caldoro, candidato di un centrodestra che in Campania è come “evaporato”, con nessuna lista che va molto oltre il 5%. Delusione anche per il M5S che con Valeria Ciarambino non fa più del 12% in una Regione sulla carte tra le più favorevoli.

PUGLIA. Era l’altra Regione osservata speciale di questa tornata: si prevedeva un testa a testa serrato, ma alla fine anche Michele Emiliano, come gli altri governatori uscenti, vince in modo netto, con oltre 8 punti su Raffaele Fitto. Difficile, in questo caso, attribuire grandi colpe ai sondaggi: l'ipotesi più probabile è che a favore di Emiliano – oltre, evidentemente, a un finale di campagna elettorale particolarmente riuscito – abbia giocato l'elevato numero di liste (ben 15, contro le 5 di Fitto) della sua coalizione, e di conseguenza il vero e proprio esercito di candidati a caccia di preferenze che si è ritrovato.

 

Come leggere questi risultati?

Come leggere questi risultati? Di sicuro non con una bussola “nazionale”. A parte le Marche, forse nessuna Regione ha visto una sfida venire decisa dall’orientamento politico generale più che dai fattori locali. Di sicuro ha avuto un ruolo forte quello che possiamo chiamare “effetto Covid”, con i presidenti uscenti tutti rieletti dopo diversi anni in cui avevamo visto una tendenza opposta (con gli uscenti sempre meno favoriti per la riconferma). Zaia, ma anche De Luca e Toti sono stati per i loro cittadini un riferimento importante nei drammatici mesi dell'emergenza sanitaria, e gli elettori si sono ricordati di questo quando è arrivato il momento del voto. Prova ne sia che anche le loro liste personali vanno molto bene, togliendo sì voti ai partiti “tradizionali”, ma finendo per rafforzare la coalizione e blindare il risultato.

Di certo, ha poco senso “proiettare” il dato delle coalizioni (men che meno, dei partiti) in queste 6 Regioni su scala nazionale per intuire lo stato di salute generale delle varie forze politiche. Una considerazione però si può fare, ed è quella che riguarda il Movimento 5 Stelle: che si conferma poco competitivo – e qui non è una questione contingente, ma una sua debolezza strutturale – in occasione delle elezioni regionali, dove il formato elettorale, basato sulle coalizioni e il maggioritario a turno unico che esalta la competizione tra i candidati delle due coalizioni principali, tende a schiacciare i candidati – spesso poco conosciuti, e con l'unica lista in loro supporto – del Movimento.

In chiusura è da ricordare che si è votato anche per le elezioni suppletive in due collegi del Senato: il collegio Sardegna 03 e quello Veneto 09. In entrambi i casi hanno vinto i due candidati del centrodestra, Carlo Doria e Luca De Carlo, rispettivamente con il 40 e il 71 per cento. Nel giorno in cui tutti sono occupati ad analizzare i risultati di referendum e regionali, questo è un risultato di cui prendere nota nell'ottica di futuri equilibri a Palazzo Madama.

L'Italia al voto, l'Italia divisa

La maggioranza degli elettori italiani sono chiamati al voto oggi e lunedì, per scrivere un "SI" oppure un "NO" al referendum a favore della legge già approvata dal parlamento, per la soppressione di 230 seggi alla Camera dei deputati e 200 al Senato. Secondo i sondaggi, anche una parte dell'attuale maggioranza al governo (sia parte del PD, sia parte M5S), voterà contro quella che viene definita la svolta costituzionale del secolo, sostenendo il mantenimento degli attuali 945 parlamentari. 

La divisione all'interno di ciascuno dei partiti al governo è totale e ancor di più se si tiene conto che è stato lo stesso M5S a proporre la riforma, con l'obiettivo di "semplificare" il potere legislativo e risparmiare denaro, una cifra stimata di circa 57 milioni di euro all'anno. Lo stipendio mensile di ogni deputato è di 12.000 euro, oltre ad altri vantaggi tra cui il viaggio gratuito e un buono di affitto per i non residenti a Roma.

"Basta con i dinosauri", ha gridato Beppe Grillo, fondatore del M5S e favorevole alla riduzione del numero dei parlamentari, così come favorevole è Luigi di Maio, attuale ministro degli Esteri. La riforma ha anche l'appoggio del segretario generale del PD, Nicola Zingaretti. 

"E 'fondamentale riconoscere l'importanza dei cittadini e il modo in cui partecipano alla vita politica", ha detto Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla Presidenza del M5S e primo firmatario della riforma costituzionale. Fraccaro si riferisce a quella che definisce "democrazia diretta" , come avviene per le decisioni all'interno del partito anti-sistema, che vengono prese attraverso il voto effettuato online, dei suoi membri.

A proposito di questa procedura, nota come piattaforma Rousseau, il suo fondatore Roberto Casaleggio disse,  "il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile, attualmente esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci, in termini di rappresentanza popolare di qualsiasi modello di governo del Novecento". 

"La democrazia non è un clic", sostengono, invece, coloro che criticano questo sistema. 

"Vattene, tu e le tue bugie", ha scritto a sorpresa lo scrittore Roberto Saviano, rivolgendosi a chi, come Grillo, difende la riforma costituzionale. 

Marco Damiano, direttore di "Espresso", altro critico, ha posto sulla copertina del periodico uscito il 30 agosto, la foto di Di Maio, che appare seduto su una poltrona dorata in stile "ancien régime". "Il referendum è un contributo per smantellare un altro pezzo di istituzioni ", si afferma. 

Gli oppositori alla riforma sostengono che abbassare il livello di rappresentanza in Parlamento riduce lo spettro democratico. Il Congresso italiano conta 630 deputati (350 in Spagna, 577 in Francia) e ciascuno rappresenta 96.006 abitanti, che diverrebbero 151.210 con la riforma.

Referendum ed elezioni regionali 2020 mettono alla prova il governo Conte

Oggi si vota in sette regioni per i propri rappresentanti nei consigli regionali, tutta la popolazione invece, va al voto per decidere una importante modifica costituzionale.


A sei mesi dal primo contagio da coronavirus in Italia, vissuto come primo focolaio nell'Unione Europea (Ue), questa domenica gli italiani hanno due appuntamenti con le urne. Due voti che influenzeranno la mappa politica del Paese e serviranno a misurare il grado di sostegno al governo di coalizione presieduto da Giuseppe Conte. Il primo voto, a livello nazionale, è un referendum sulla modifica di una legge a riforma costituzionale, già approvata dal Parlamento, una nuova legge che propone di ridurre il numero di deputati e senatori dagli attuali 945 a 600. Il secondo voto è limitato a sette regioni , dove gli elettori eleggeranno i loro futuri rappresentanti politici: Liguria (Genova), Marche (Ancona), Puglia (Bari), Valle d'Aosta (Aosta), Toscana (Firenze), Campania (Napoli) e Veneto (Venezia). 

La bagarre regionale si presenta come un duello tra la coalizione di centrosinistra, oggi al governo e quella di centrodestra, formata da Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia, questi ultimi partono favoriti in Veneto, Liguria e Marche. Tutto indica, tuttavia, che a prescindere da ciò che dettano i sondaggi, il voto non avrà la capacità di modificare anche l'attuale struttura di governo, sebbene l'equilibrio delle forze all'interno dell'Esecutivo potrebbe cambiare.
Nella Toscana rossa, da sempre roccaforte del centrosinistra, i sondaggi mettono sul piatto un possibile "sorpasso". Se così fosse, costituirebbe una grave battuta d'arresto e un dramma per la sinistra tradizionale. 
 
Cosa di cui invece poco si è parlato è il voto in Valle d'Aosta, dove invece si vota perché il consiglio di amministrazione è stato sciolto a causa dei suoi rapporti con la mafia. In Campania secondo tutti i sondaggi rimarrà in carica il leader progressista uscente, così come per il presidente veneto. Nelle Marche, terra che guarda geograficamente ed economicamente ai Balcani e all'Est, è probabile, secondo i sondaggi, che cambi di mano e vada all'opposizione. I sondaggi danno come  partito più votato Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni.

I continui attacchi a Salvini rischiano invece di frenare l'ascesa della Lega.

La coalizione di governo soffre degli alti e bassi dell'anti-sistema, che non sa se vuole essere di destra, di centro o di sinistra. Tale è lo smarrimento, che Beppe Grillo, fondatore del M5S, è stato costretto a tornare nell'arena politica per placare gli eccessi di chi un tempo era indignato. Una cosa da notare è che da quando il M5S è entrato di peso nel panorama politico italiano, è passato dal 37,4 di sostegno elettorale a circa il 17% di oggi.

Luigi Di Maio, leader di fatto dei “grillini”, fa tutto il possibile per evitare che vengano indette elezioni generali anticipate che  potrebbero porre fine alla gloria di chi ha vinto le elezioni del 2018, promettendo di "aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno", cosa, forse non proprio riuscita.

Un momento difficile questo per il nostro paese, i 209 milioni di Euro promessi dall'Europa per garantire il rilancio del paese, fanno gola a molti, i poteri economici forti, manifestano il desiderio di un governo forte e hanno persino nominato Mario Draghi a presiederlo, ma purtroppo per loro la prima parte interessata, non è in carica.

Al momento Conte gode di un grande sostegno popolare: il 60% degli italiani approva come viene gestita la pandemia. Il premier spera di restare in carica fino al 2022, anno in cui dovrà essere eletto anche il nuovo presidente della Repubblica.

Non ci resta che attendere la serata di domani, per capire se il nostro "bel paese" girerà pagina e inizierà a scrivere una nuova storia, oppure continuerà la scrittura sulle vecchie pagine di quel libro che riporta le vicende "buone e cattive" della nostra millenaria cultura...

 

Orfini (Pd): "Se il M5S resta questo non vedo alleanze in futuro". E critica Zingaretti sul Sì al referendum: "Messaggi volgari e antipolitici, dovremmo stare col No"

Il deputato del Partito Democratico Matteo Orfini, commenta le dichiarazioni di Pier Luigi Bersani su un futuro campo progressista allargato ai grillini parlando anche di referendum e e legge elettorale


Orfini attacca Di Maio: "Vergognati e chiedi scusa su Bibbiano" -  IlGiornale.it

"Bersani lancia un campo progressista con M5S? Penso che per fare un campo progressista bisogna per prima cosa esserlo e non credo che chi ha scritto i decreti sicurezza, giusto per fare un esempio, si possa definire tale. Questa alleanza di governo ha una natura eccezionale ed emergenziale. E' vero che ha diverse anime ma se il Movimento 5 Stelle è questo, io non vedo alleanze per il futuro. Poi, se chiarirà la sua collocazione, diventando una forza diversa da quella che è oggi, valuteremo". Lo dice all'Adnkronos il deputato del Partito Democratico Matteo Orfini, commentando le dichiarazioni di Pier Luigi Bersani su un futuro campo progressista.

"Franceschini in Direzione ci diceva che c'è un'evoluzione del Movimento 5 Stelle rispetto al loro antiparlamentarismo poi, però, ho visto sugli autobus di Roma la loro campagna per il Sì: una poltrona tagliata. Verso messaggi di questo tipo, volgari e antipolitici, la nostra storia e identità dovrebbe portarci in un'altra direzione, cioè a stare con chi vota no", aggiunge.

"Il mio partito è il Pd e lo rimarrà finché esisterà. Credo che chi se ne è andato, vale per Bersani, come per Renzi e per Calenda, abbia fatto un errore. La scissione non è stata un bene né per il Partito Democratico né per chi ci ha lasciato. Io credo di essere la dimostrazione che si può stare in un partito anche se in minoranza e anche quando non si condividono alcune posizioni. Poi se non si è d'accordo, su alcuni temi e battaglie, se ne discute", afferma ancora.

Capitolo legge elettorale: "Siamo in alto mare perché non c'è un accordo di merito della maggioranza, sono molto preoccupato. Io credo, da sempre, poiché sono un proporzionalista della prima ora che serva un proporzionale con uno sbarramento robusto. Se dovesse vincere il Sì al referendum, cosa che spero non accada, è indispensabile una legge si quella natura per evitare ulteriori distorsioni".

(Fonte: Adnkronos)

Vincenzo De Luca indagato per falso e truffa: "Ha promosso quattro vigili di Salerno a membri del suo staff". Tutto nacque da un incidente stradale...

Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, scrive oggi la Repubblica, è indagato nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Napoli con l'ipotesi di falso e truffa. Quattro vigili urbani di Salerno sarebbero stati 'promossi' in Regione a membri dello staff. A loro sarebbe stato assegnato il ruolo di addetti o responsabili di segreteria. De Luca è stato ascoltato dai pm negli scorsi mesi. Ai quattro vigili urbani, secondo l'ipotesi dei pm, mancherebbero requisiti necessari per il 'salto' come formazione, curriculum e specializzazione. Il trasferimento e la 'promozione' - secondo quanto ricostruito da Repubblica - avrebbe consentito ai quattro un innalzamento della retribuzione. Nessun provvedimento per i quattro vigili: la loro posizione è all'esame dei pm


E' nata da un incidente stradale l'inchiesta della Procura di Napoli che vede coinvolto il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, indagato per falso e truffa in merito alla nomina di 4 vigili urbani di Salerno a ruoli di responsabilità nella Segreteria del Presidente della Giunta regionale. L'incidente stradale in questione risale al 15 settembre 2017, quando una ragazza di 22 anni a bordo di uno scooter venne investita dall'auto di De Luca che percorreva via Giovanni Negri in direzione opposta rispetto a quella consueta, secondo quanto permesso da un'ordinanza del Comune risalente al 2008 (anno in cui De Luca era sindaco di Salerno) per i "veicoli forze di polizia".

Sono proprio i decreti 62, 63, 64 e 65 del 10 marzo 2016 quelli finiti sotto la lente d'ingrandimento dei magistrati napoletani. Ma il particolare del vigile urbano di Salerno alla guida dell'auto del presidente della Regione Campania non sfuggì alle opposizioni e, in particolare, all'allora consigliere regionale di Forza Italia Severino Nappi (oggi candidato con la Lega): al riguardo, il 20 settembre 2017, Nappi presentò un'interrogazione rivolta al capo di Gabinetto del presidente della Giunta regionale, al direttore generale per le Risorse umane della Giunta regionale, al procuratore della Repubblica di Napoli e al procuratore presso la Corte dei Conti della Campania

Nell'interrogazione, Nappi chiedeva di conoscere "le ragioni per le quali l'autovettura dell'ente in uso al presidente della Giunta risulti abitualmente condotta da personale diverso da uno dei circa 20 dipendenti in ruolo presso l'Amministrazione regionale inquadrati con mansioni di autista" e le disposizioni normative "in forza delle quali è consentita tale assegnazione a soggetti inquadrati e assegnati allo svolgimento di funzioni differenti" e "che consentono l'attribuzione al dipendente pubblico in tale contesto di un trattamento economico corrispondente a quello di dirigente".

Nappi chiedeva infine di conoscere "la rispondenza al vero che analoghe mansioni del Postiglione e analogo trattamento economico corrispondente a quello di dirigente siano stati attribuiti anche ai signori Gianfranco Baldi, Giuseppe Muro e Giuseppe Polverino, tutti dipendenti del Comune di Salerno con inquadramento nei ruoli della locale polizia municipale e tutti comandati presso l'Amministrazione regionale".

Alla guida dell'auto del presidente sedeva Claudio Postiglione, dipendente della Polizia municipale di Salerno, nominato con decreto del presidente della Giunta regionale nella Segreteria del presidente (con la funzione 'Rapporti con strutture regionali e istituzioni locali) insieme ad altri tre colleghi: Gianfranco Baldi, nominato responsabile Rapporti con Conferenza Stato-Regioni, Conferenza unificata e organi legislativi nazionali, Giuseppe Muro, nominato responsabile Rapporti con i consiglieri regionali, e Giuseppe Polverino, nominato responsabile Rapporti con Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale, tutti per l'intera durata del mandato presidenziale.

Salvini lancia la sfida per Roma: maxi manifesti con la sua faccia nella capitale. E su Milano dice: "Il nostro candidato verrà dalla società civile"

Il leader leghista Matteo Salvini apre la campagna per i grandi comuni che andranno al voto nel 2021. Le sue mosse per strappare a 5Stelle e Pd Roma, Torino, Milano e Bologna ("Tutte con problemi"). Quanto a Varese, per cui si era fatto avanti Roberto Maroni, ex governatore lombardo e suo predecessore alla guida del Carroccio, dice: "Scelgono i varesini, non mi permetto di promuovere e bocciare nessuno"


'Roma una città più sicura', 'Roma città dello sport', 'Roma una città più pulita', 'Roma una città più efficiente'. Matteo Salvini 'ci mette la faccia' lancia l'offensiva elettorale su Roma tappezzando i muri della città con manifesti 6X3 di berlusconiana memoria. I primi manifesti sono spuntati oggi: in primo piano il volto del leader della Lega con giacca blu, spilletta di Alberto da Giussano sul bavero, camicia bianca e braccia conserte, un sorriso appena accennato.

Al suo fianco il simbolo del Carroccio con la dicitura 'Lega Salvini Lazio' e sotto la scritta 'Prima gli italiani'. Sul cartellone in alto a destra del 'Capitano' lo slogan tematico, tipo 'Roma una città più efficiente', con i punti programmatici del partito (in questo caso: potenziamento dell'ufficio del condono, investimenti sull'edilizia scolastica, piano urbano con abbattimento barriere architettoniche' per i disabili.

In basso l'hashtag 'RomaTornaCapitale' e l'invito rivolto ai cittadini: 'Hai qualcosa da segnalarci?' con indirizzo e mail. Dal punto di vista cromatico spicca l'azzurro, quello della giacca del numero uno di via Bellerio e dello sfondo, con l'altare della Patria in evidenza. (Fonte: Adnkronos)

Salvini a Roma: la Raggi ha fallito, vada a casa

“Quasi sicuramente” il candidato sindaco per Milano sarà “un nome esterno alla Lega, dalla società civile”. Stessa valutazione anche “per Torino, Bologna o Roma”. Lo ha confermato il segretario della Lega, Matteo Salvini, in collegamento con 7Gold.

Salvini sostiene che a differenza del passato “oggi c’è tanta gente che si propone” per essere candidata con la Lega: “Professionisti, imprenditori, uomini del volontariato. Sto incontrando diverse persone con carriera professionale di altissimo livello per Milano, Torino, Bologna e Roma. Tutte città amministrate da Pd o M5s, tutte con problemi. Anche nella mia Milano, dopo un inizio spumeggiante, Sala ultimamente non so se ha perso voglia, motivazione… c’è una maggioranza sfilacciata a palazzo Marino, c’è una città che correva che però negli ultimi mesi ha perso questa grinta. Su Milano dopo le Regionali ci metterò tutto me stesso”. Quanto invece a Varese, “scelgono i varesini, non mi permetto di promuovere e bocciare nessuno”. (Fonte Askanews)

Covid, Zingaretti e la lezioncina anti-Salvini: "Scellerati si tolgono la mascherina per farsi pubblicità". La replica è un gol a porta vuota: "Parla quello dell'aperitivo"

"Il tema oggi è non far rialzare la curva. E quindi continuare a dire a tutti, contro gli scellerati che per farsi pubblicità si tolgono la mascherina, che ci sono tre cose semplici che bisogna fare: mascherina, distanza di sicurezza e igiene delle mani". Così Nicola Zingaretti in un'intervista a Fanpage.it - (Nella foto il segretario Pd in un locale sui Navigli a Milano in piena emergenza sanitaria)


Aperitivo, incontri e interviste: le ultime tappe di Zingaretti ...

Botta e risposta tra Nicola Zingaretti e Matteo Salvini. Il segretario del Pd ha iniziato il suo sabato mattina con un attacco al leader della Lega. Il dem ha proposto un patto per i giovani, per la "generazione che pagherà più di altri gli effetti del Covid nel campo del lavoro, del debito pubblico che si sta facendo e dell’arretratezza del sistema Paese". A Fanpage Zingaretti non ha risparmiato il suo nemico da frecciatine: "Oggi il tema è non far rialzare la curva. E quindi continuare a dire a tutti, contro gli scellerati che per farsi pubblicità si tolgono la mascherina, che ci sono tre cose semplici ch bisogna fare: mascherina, distanza di sicurezza e igiene delle mani". 

Un chiaro riferimento al numero uno del Carroccio che, settimana scorsa, impegnato in un convegno in Senato con esperti e virologi, ha negato l'uso della mascherina. Non solo, l'ex ministro ha anche bocciato il saluto con il gomito, sollevando la peggiore delle polemiche. Così, ad oggi, la Lega replica all'attacco di Zingaretti. Una sola frase basta e avanza per demolirlo: "Parla quello dell'aperitivo".

 

(Fonte: Libero)

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