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updated 1:32 PM UTC, Sep 21, 2020

Willy, l'altra barbarie che non interessa a nessuno: minacce di morte agli avvocati degli indagati. L'odio social, la piaga senza colore di una società sempre meno civile

La denuncia de Il Dubbio, organo dell'Avvocatura italiana. Un legale ha ricevuto anche una telefonata anonima in studio: "Di' all'avvocato che lo ammazziamo". Nel mirino anche il figlio su Facebook. Tutto ciò merita una riflessione o ci bastano le letture a senso unico sui veri mali che affliggono la coscienza collettiva e il vivere comune?


 

OMICIDIO DI COLLEFERRO, MINACCE E INSULTI AI LEGALI DEGLI INDAGATI PER LA MORTE DEL VENTUNENNE

Willy, odio sugli avvocati

È gogna social in rete nei confronti dei difensori degli accusati E il Gip conferma la custodia cautelare in carcere per tre di loro

Insulti sui social, alla vittima e a chi ne ha causato la morte, alle famiglie degli indagati, al figlio di chi li difende.

E, ieri mattina, anche la telefonata anonima in studio, con la esplicita minaccia di morte: «Di’ all’avvocato che lo ammazziamo» . Non bastava il dolore per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo di ventuno anni di Paliano pestato a morte la notte tra il 5 e il 6 settembre, vicenda per la quale sono indagate quattro persone.


 

OMICIDIO DI COLLEFERRO, MINACCE E INSULTI AI LEGALI DEGLI INDAGATI

Confermato il carcere ai tre Ma in rete è caccia agli avvocati difensori

Insulti sui social, alla vittima e a chi ne ha causato la morte, alle famiglie degli indagati, al figlio di chi li difende. E, ieri mattina, anche la telefonata anonima in studio, con la minaccia di morte: «Di’ all’avvocato che lo ammazziamo». Non bastava il dolore per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo di Paliano pestato a morte la notte tra il 5 e il 6 settembre, vicenda per la quale sono indagate quattro persone. Perché allo strazio delle famiglie e di una comunità attonita e confusa si aggiunge l’ulteriore violenza di chi, da un lato, inneggia agli aggressori, presunti “eroi” che hanno eliminato di mezzo un altro invasore, uno straniero, e chi, dall’altro, si affida ad una legge del taglione che non ammette garanzie difensive per i colpevoli. Nessuna via di mezzo, tutti da impiccare, subito, compreso chi li difende. Così nel tritacarne scatenato dal web ci è finito anche Massimiliano Pica, che assiste, assieme al padre Mario, i fratelli Marco e Gabriele Bianchi e Mario Pincarelli. Per i tre il gip ha confermato ieri la custodia cautelare in carcere, mentre passa ai domiciliari l’altro giovane indagato, Francesco Belleggia. Per il gip, che ha ascoltato il racconto dei testimoni, «Gabriele Bianchi ha aggredito Willy e gli ha sferrato un calcio», sottolineando che «i Bianchi e Pincarelli hanno cercato di minimizzare il fatto assegnando la responsabilità a terzi» e che «per questo devono stare in carcere». È il teste chiave, Emanuele Cenciarelli, amico della vittima, a raccontare l’accanimento sul giovane, intervenuto in difesa di un amico: «Ho un vivido ricordo di un paio di loro che addirittura saltavano sopra il corpo di Willy steso in terra e già inerme». Una violenza inaudita, racconta agli inquirenti, spiegando di come in quattro lo circondassero colpendolo con calci e pugni. La discussione tra il gruppetto e Federico, l’amico di scuola di Willy, era nata per via di alcuni apprezzamenti volgari ai danni di alcune ragazze della compagnia. Da lì il faccia a faccia, la spinta di Belleggia a Federico e l’inizio della rissa. «Marco Bianchi va verso Willly e gli tira un calcio e lui cade all’indietro - racconta Belleggia al gip -, Bianchi Gabriele picchia l’amico di Willy… Willy era a poca distanza, Marco Bianchi gli tira un calcio sul petto diretto, Willy cade indietro sulla macchina e Bianchi Gabriele si dirige verso l’amico di Willy picchiandolo». Sarebbe stato Pincarelli, una volta che il giovane era a terra, a colpirlo ripetutamente, mentre il colpo di grazia, secondo il racconto di un’amica, sarebbe arrivato da Gabriele, che avrebbe colpito Willy, già a terra e col sangue in bocca, per poi scappare all’arrivo del personale di sicurezza dei locali.

Una violenza che ha generato una corsa all’odio che non ha risparmiato nessuno. «Non ho social, non ho visto tutto - racconta al Dubbio Pica -. Ma tanti amici mi hanno chiamato per avvisarmi che circolano molte minacce di morte per me e la mia famiglia. Mio figlio ha ricevuto pubblicamente minacce su Facebook e poi questa mattina ( ieri, ndr) in studio, hanno chiamato dicendo che mi avrebbero ammazzato. Dobbiamo semplicemente pensare a piangere un povero ragazzo che è morto e provare a calmare gli animi. Chi ha sbagliato pagherà, se sono stati i fratelli Bianchi allora saranno loro, se è stato qualcun altro sarà uguale. Ma serve tranquillità, le indagini sono in corso e questo clima d’odio non aiuta».

Ma per il popolo del web il diritto alla difesa non vale per tutti. Nonostante Pica provi a ribadirlo, a ricordare la Costituzione, a chiedere cautela. «Si confonde troppo spesso il reato compiuto dall’assistito con il difensore. C’è chi dice: bisogna impiccare l’avvocato, come loro. Ma l’avvocato fa solo il proprio lavoro. Dobbiamo soltanto arrivare alla verità, capire cos’è successo, per la famiglia e per tutti - spiega -. Chiunque ha diritto alla difesa e si può essere difesi da chiunque. Difendere persone violente non significa, automaticamente, essere violenti». Pica ha chiesto ieri di poter sentire nuovi testimoni, presenti al momento del fatto. E ha ribadito che a causare la morte di Willy non sarebbero stati i Bianchi. «Loro hanno sicuramente dato un colpo, ma non alla vittima. Dopo l’autopsia ci renderemo conto, ma allo stato posso dire che i testimoni hanno fatto dichiarazioni contrastanti. C’è chi dice di aver visto Gabriele colpire il ragazzo, ma poi la descrizione dei vestiti non corrisponde a quelli indossati da lui», spiega. Pica esclude che alla base della tragedia ci siano motivi razziali o che si sia trattato di una spedizione punitiva. «Sono stati richiamati da alcuni amici e una volta arrivati sul posto, di fronte a quanto stava accadendo, hanno pensato che gli amici fossero in difficoltà. Ma non hanno colpito Willy», ribadisce. Ora il legale sta ora valutando il Riesame per i suoi assistiti. «Continuerò a difenderli, cercherò di mantenere tutti tranquilli, perché chi minaccia finisce per diventare peggio di chi accusa», aggiunge. Un clima creato dai social, afferma, che ancor prima che venisse reso nota l’imputazione commentava e processava gli indagati. Una barbarie che, di certo, non aiuta la vittima. «Bisogna tentare di non far sfociare questa brutta storia in un’ulteriore violenza - raccomanda infine -. Questa storia è una tragedia per tutti».

SIMONA MUSCO

"Come fanno a conoscere il mio numero?". Ecco la risposta: rubati oltre 1 milione di dati personali e rivenduti a call center. Venti arresti in maxi operazione dopo la denuncia di Tim

Sono venti le misure cautelari emesse dal gip di Roma nei confronti anche di dipendenti infedeli di Tim che carpivano illecitamente dati sensibili di clienti. Si tratta di circa un milione e 200mila dati rubati all'anno. L'indagine, che ha portato 13 persone ai domiciliari e sette con obbligo di firma, è partita da una denuncia della compagnia telefonica. Coinvolti anche "intermediari" che si occupavano di gestire il commercio illecito delle informazioni estratte dalle banche date e i titolari di call center telefonici. Questi ultimi sfruttavano informazioni per contattare i potenziali clienti e lucrare le previste commissioni per ogni portabilità del numero che arrivano fino a 400 euro per ogni contratto stipulato - (LEGGI TUTTO)


Piazzisti telefonici, tutte le armi per mettere fine alle chiamate ...

Oltre 100 specialisti della Polizia Postale impegnati a dare esecuzione a 20 provvedimenti cautelari, in particolare 13 ordinanze che dispongono gli arresti domiciliari ed ulteriori sette ordinanze, che dispongono l’obbligo di dimora nel comune di residenza ed il divieto di esercitare imprese o ricoprire incarichi direttivi in imprese e persone giuridiche, nell'ambito della fase conclusiva dell’operazione 'Data Room', un’articolata attività di indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, e condotta dagli investigatori specializzati del Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche – Cnaipic del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni, con la collaborazione dei Compartimenti di Napoli, Perugia, Ancona e Roma.

I destinatari delle misure sono oggetto, insieme ad ulteriori sei indagati, di perquisizioni locali ed informatiche. Gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo ed in concorso tra loro, di accesso abusivo a sistema informatico, di detenzione abusiva e diffusione di codici di accesso, riguardando le condotte sistemi di pubblico interesse, e della violazione della legge sulla privacy su comunicazioni e diffusione illecita di dati personali oggetto di trattamento su larga scala. Il provvedimenti restrittivi, emessi dal gip presso il Tribunale di Roma, sono stati eseguiti nei confronti degli indagati residenti sul territorio capitolino ed in diverse province campane.

1,2 milioni i dati rubati e decine di migliaia di euro spartiti tra gli operatori infedeli ed i collettori-rivenditori dei dati. Di assoluto livello criminale la mole dei proventi, come emerge da più di una conversazione nella quale alcuni indagati discutono dei corrispettivi, frutto dell’attività illecita, pattuendo la ripartizione dei proventi illeciti del mese. Le indagini tecniche hanno inoltre permesso altresì di far emergere come l’attività di commercializzazione di liste di utenti e relativi recapiti, riguardasse anche i sistemi informatici in uso a gestori operanti nel settore dell’energia, in corso di ulteriore approfondimento.

Le complesse indagini hanno visto gli specialisti del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni impegnati in attività di intercettazioni telefoniche e pedinamenti degli indagati, oltre che attività di riscontro ed analisi sui sistemi informatici afferenti le piattaforme contenenti i dati, rese possibili anche grazie alla preziosa collaborazione della struttura di sicurezza aziendale di Telecom Italia.

Si tratta della prima operazione su larga scala volta alla tutela dei dati personali trafugati, un fenomeno noto a tutti che vede coinvolti dipendenti infedeli, call center compiacenti ed intermediari e che ha quale oggetto ciò che sul mercato ha assunto un significativo valore commerciale: i dati riservati relativi all’utenza. Per l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi e di perquisizione, oltre che per l’espletamento dell’attività informativa, il CNAIPIC ha coordinato un team di specialisti al quale hanno preso parte i Compartimenti della Polizia Postale di Roma, Napoli, Perugia ed Ancona.

Tra i destinatari dei provvedimenti cautelari "figurano dipendenti infedeli di compagnie telefoniche, (i procacciatori materiali dei 'preziosi' dati), gli intermediari che si occupavano di gestire il commercio illecito delle informazioni estratte dalle banche dati ed i titolari di call center telefonici, che sfruttavano tali importanti informazioni per contattare i potenziali clienti e lucrare le previste commissioni per ogni portabilità, che arrivano fino a 400 euro per ogni nuovo contratto stipulato".

"A carico degli indagati, nel corso delle complesse attività investigative, sono stati acquisiti concreti e inequivocabili elementi probatori - fa sapere la polizia - circa l’esecuzione di ripetuti accessi abusivi alle data room in uso ai gestori telefonici operanti sul territorio nazionale e gestite direttamente da Tim, contenenti gli ordini di lavoro di delivery ed i reclami di assurance provenienti dalle segnalazioni dell’utenza relativamente ai disservizi della rete di telecomunicazioni".

Le articolate indagini sono state avviate nel mese di febbraio scorso dal Cnaipic, su delega della Procura della Repubblica di Roma, a seguito di una denuncia depositata da parte di Telecom Italia, nella quale si segnalavano vari accessi abusivi ai sistemi informatici gestiti da Tim, riscontrate quantomeno a partire dal gennaio 2019.

Gli accessi abusivi, come ricostruito dalla polizia postale, "avvenivano tramite account o virtual desktop in uso ai dipendenti di gestori di servizi di telefonia e di società partner per l’accesso ai database, chiavi spesso carpite in modo fraudolento, direttamente gestiti dalla stessa società denunciante, in ragione della concessione delle attività di manutenzione della infrastruttura telefonica nazionale". Le banche dati vengono ordinariamente alimentate da tutti i gestori telefonici in relazione alle segnalazioni ricevute dai clienti sui disservizi rilevati, rappresentando oltretutto una vera e propria istantanea, delle condizioni della infrastruttura nazionale di telecomunicazioni.

Come emerso dalle indagini, la “filiera criminale”, all’interno della quale ogni componente ha uno specifico compito, funzionale al raggiungimento dell’obiettivo finale, aveva predisposto addirittura degli “automi”, grazie alla collaborazione di un esperto programmatore romano, anch’esso colpito da misura cautelare, ossia dei software programmati per effettuare continue, giornaliere interrogazioni ed estrazione di dati.

Le estrazioni, per come verificato nel corso delle intercettazioni, venivano sistematicamente portate avanti con un volume medio di centinaia di migliaia di record al mese. Gli indagati gestivano tali volumi modulandoli a seconda della illecita “domanda” di mercato, come emerge ad esempio da una conversazione nella quale uno degli indagati chiede ad un dipendente infedele una integrazione di 15.000 record per arrivare ai 70.000 pattuiti per il mese in corso, preannunciando un ulteriore ordine per 60.000 utenze mobili.

Un illecito mercimonio sui dati dei clienti di operatori telefonici che lamentavano disservizi per poi contattarli e proporre il cambio del proprio operatore, questo quanto scoperto grazie alle indagini. In particolare, le informazioni estratte dal database, erano particolarmente appetibili per le società di vendita di contratti da remoto che cercano per l’appunto di intercettare la clientela più “vulnerabile”, a causa di problemi o disservizi, per proporre quindi il cambio del proprio operatore telefonico. Il complesso “sistema” vedeva da un lato una serie di tecnici infedeli in grado di procacciare i dati, dall’altro una vera e propria rete commerciale che ruotava attorno alla figura di un imprenditore campano, acquirente della preziosa “merce” ed a sua volta in grado di estrarre “in proprio”, anche con l’utilizzo di software di automazione, grosse quantità di informazioni, in virtù di credenziali illecitamente carpite a dipendenti ignari.

La “merce” veniva poi piazzata sul mercato dei call center, 13 sono quelli già individuati, tutti in area campana, tutti già perquisiti. I dati, adeguatamente “puliti” per essere utilizzati dai diversi call center, passavano di mano in mano, rivenduti a prezzi ridotti in base alla “freschezza” del dato stesso, motore di un movimento che alimenta il fenomeno delle continue proposte commerciali.

Dall’indagine della Procura di Roma è inoltre emerso che la commercializzazione di 70mila dati portava a un guadagno 7 mila euro. Tra i reati contestati l'accesso abusivo alle banche dati dei gestori di telefonia che detengono le informazioni tecniche e personali dei clienti e il trattamento illecito dei dati stessi. "Le estrazioni - spiegano gli inquirenti - venivano sistematicamente portate avanti con un volume medio di centinaia di migliaia di record al mese. Gli indagati gestivano i volumi modulandoli a seconda della domanda di mercato".

"Giustizia uccisa dal governo": gli avvocati in piazza per il "funerale" accusano Conte e Bonafede. Processi bloccati: "Udienze dal 1 luglio? Sarà falsa partenza" (VIDEO)

L'avvocatura romana, in rappresentanza dei colleghi di tutta Italia, ha celebrato a Roma, in piazza Cavour, di fronte alla Cassazione, il funerale della giustizia, "uccisa dall'inerzia del Governo".


Funerali della giustizia, gli avvocati in piazza a Roma ...

Avvocati in piazza questa mattina a Roma per i 'funerali' della giustizia, la protesta promossa dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma contro "l'inerzia del governo". In piazza Cavour, davanti alla Corte di Cassazione, circa 300 persone di fronte alla scalinata d'ingresso. "Si è spenta la giustizia", "Non ti posso difendere": sono questi alcuni tra gli striscioni e cartelli mostrati dagli avvocati. In piazza anche la riproduzione di una bara con i simboli della giustizia.

"La giustizia si è spenta e la colpa è del governo per la sua mancanza di attenzione verso questo settore che resta una cenerentola tra le amministrazioni in ripartenza" commenta all'AdnKronos di Antonino Galletti, presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma, nel corso della manifestazione. "La giustizia vede troppo tempo per la celebrazione dei processi - continua Galletti - le udienze vengono rinviate di mesi, se non di anni, e le risorse non sono adeguate: nel solo Tribunale di Roma, su 1200 unità di personale ne mancano 400. Non si può pensare al lavoro agile in queste condizioni, bisogna mettere mano al portafoglio e acquisire risorse per soddisfare le esigenze di giustizia dei cittadini perché i diritti e le libertà non vanno in quarantena".

La ripartenza delle udienze dell'1 luglio rischia di rivelarsi una "falsa partenza". "L'1 luglio tutti aspettano la ripartenza, ma parte delle udienze è già stata rinviata - conclude Galletti -. Noi siamo disponibili a ripartire, ma chiediamo di poter essere messi in condizione di poterlo fare. Siamo disponibili al confronto con il governo, anche eventualmente a lavorare nel periodo estivo, ma purtroppo con il rinvio delle udienze anche questo rischia di essere inutile. Di fatto già c'è una paralisi della giustizia italiana, basta chiedere a chiunque aveva un'udienza da marzo fino a oggi a quando è stata rinviata. Non sono dati che ci inventiamo, ma i nostri studi legali sono presidi di legalità sul territorio, sono i luoghi dove i cittadini sfogano il loro malcontento contro un sistema che non funziona".

"Attualmente viene rinviato circa l'85 per cento delle cause, ne vengono trattate il 10-15 per cento al massimo. Vuol dire che tutti i diritti lesi restano bloccati. C'è il rischio che alla ripresa tutte le udienze fissate per luglio con modalità alternative vengano rinviate: è un problema serio che va assolutamente risolto altrimenti la ripresa di luglio produrrà ulteriori aggravamenti e rinvii" sottolinea all'Adnkronos Giovanni Malinconico, coordinatore dell'Organismo congressuale forense.

"Il problema serio non è solo per questo mese - continua Malinconico -: si utilizzi il periodo estivo, quando cioè il virus ha allentato i suoi effetti, per mettere davvero in sicurezza o tribunali. Se perdiamo questa occasione, il rischio è che a settembre la giustizia sia definitivamente morta e per noi avvocati è totalmente inaccettabile".

"C'è bisogno che attorno alla giustizia si crei un piano straordinario di risorse e di attenzione - conclude -. La giustizia è funzione primaria dello Stato invece è il fanalino di coda delle amministrazioni pubbliche. I tribunali italiani sono in gran parte in condizioni di inagibilità, avevamo chiesto risorse già prima dell'emergenza perché sono i luoghi in cui lo Stato fa vedere la sua capacità di mantenere la legalità. La pandemia ha fatto capire quanto questo problema sia importante".

 

(Fonte: Adnkronos)

Conte: "Non conosciamo ancora fino in fondo la portata della crisi". E promette riforme in materia di burocrazia, fisco e giustizia

Il premier parla al digital talk del Corriere.it: "All'emergenza sanitaria si è affiancata da subito un'emergenza economica di cui non siamo ancora in grado di conoscere la portata fino in fondo. Di fronte a uno scenario così critico il governo ha messo a disposizione 80 miliardi in deficit, ha attivato garanzie pubbliche e private rendendo più facile la capitalizzazione delle imprese"


"La convivenza con le restrizioni ha modificato radicalmente anche le nostre abitudini di vita. E una grande incertezza ha pervaso tutti dagli imprenditori ai commercianti ai lavoratori dello sport e dello spettacolo. All'emergenza sanitaria da subito si è affiancata una emergenza economica la cui portata non siamo in grado di conoscere fino in fondo". Lo ha detto il premier Giuseppe Conte intervenendo all'Ey digital talk 'L'Italia riparte' sul Corriere.it.

"L'urgenza con cui è stato necessario mettere in campo le risorse" per l'emergenza economica "è stata anche occasione per tagliare alcuni passaggi burocratici eccessivi come per la cassa integrazione in deroga. Ma un taglio alla burocrazia deve essere ancora più drastico perché la sfida della ripartenza non può esaurirsi nel ritorno alla normalità precedente al Covid 19" ha sottolineato il presidente del Consiglio. Con questa "crisi il Pil tornerà ai livelli del 2000, abbiamo quindi il dovere tutti insieme di uno sforzo corale, per recuperare tutti insieme il terreno perduto".

Inoltre, "dobbiamo introdurre una riforma fiscale organica per assicurare che il nostro fisco sia equo ed efficiente. E' impensabile avere un fisco la cui riforma organica più recente risale a circa 50 anni fa, serve un progetto condiviso che renda tutto il sistema fiscale molto più efficiente". E poi "vogliamo introdurre incentivi alla digitalizzazione per i pagamenti elettronici, dobbiamo assolutamente consentire l'emersione del sommerso".

"Nei prossimi giorni completerò un lavoro che abbiamo già iniziato con il comitato guidato da Colao - ha detto il premier - Avremo gli Stati Generali dell'economia a Palazzo Chigi con tutte le forze economiche e sociali del Paese, raccoglieremo le idee che ci sembrano più utili per poter pubblicizzare e condividere con tutti questo nostro Recovery Plan".

Conte ha inoltre ribadito che "le somme che arriveranno dal Recovery Fund non sono un tesoretto ma una risorsa per il futuro del Paese. Il progetto presentato dalla Commissione Ue rafforza la coesione dell'Unione ed è un'occasione storica per l'Italia per recuperare il divario di crescita e produttività che ci ha separato da altri Paesi".

A proposito della riforma della giustizia civile, il presidente del Consiglio ha poi rimarcato che "occorre volontà politica e determinazione. Sono convinto che maggioranza e opposizione condivideranno questi obiettivi che non hanno colore politico". E "anche per quanto riguarda la giustizia penale - ha aggiunto - se ragioniamo di accelerare i tempi, credo possiamo trovare una grande sinergia con tutte le forze politiche".

Il Movimento 5 Stelle avverte Renzi: "Sfiducia a Bonafede è sfiducia al governo". Crescono malumori e sospetti nella maggioranza

Italia Viva incalza governo e maggioranza, domani possibile incontro con Conte. Alla fine il ministro della Giustizia dovrebbe farcela, ma la tensione resta alta e il pressing dei renziani sta crescendo. M5S e Pd convinti che l'ex premier sia a caccia di poltrone e spinga per un rimpasto, con l'arma della minaccia di una guerriglia parlamentare permanente


"Sono convinto che la maggioranza voterà compatta. Il ministro della Giustizia è il capodelegazione di M5S al governo ed è un ministro importante, se qualcuno nella maggioranza vota la sfiducia ovviamente è una sfiducia al governo, questo è evidente a tutti, ma sono convinto che non ci saranno sorprese". Così il capo politico M5S Vito Crimi a Skytg24 sulla mozione di sfiducia al Guardasigilli, domani al Senato.

Si tratta del primo test per la tenuta del governo nella fase 2. E' in vista di quella data che, in queste ore, Italia Viva sta alzando la posta, chiedendo un nuovo confronto con Giuseppe Conte al quale ha inviato il pacchetto di proposte sul programma di governo.

Iv chiede spazio, legando la sua richiesta alla possibilità che la mozione di sfiducia avanzata dalle opposizioni trovi anche il placet sei senatori renziani.

Possibilità sulla quale fonti di governo spiegano come, a qual punto, Matteo Renzi si prenderebbe la responsabilità della sua scelta. E' una partita a scacchi, insomma, che occuperà Conte da qui a mercoledì mattina, tanto da fargli rinviare l'intervento in Aula alla Camera da martedì a giovedì 21 sul tema delle riaperture. Nessuno, a Palazzo Chigi, per ora conferma un nuovo incontro tra il capo del governo e la delegazione di Iv. Anche perché, come spiega un membro del governo della maggioranza, "se vuoi presentare delle proposte non chiedi un incontro con il presidente del Consiglio ma con i tuoi alleati. Se vuoi incontrare solo Conte vuoi poltrone, non il sì alle tue proposte". Ma il pressing di Iv cresce di ora in ora e l'incontro alla fine, potrebbe esserci domani. "Per il nostro gruppo interverro' io in Aula.

I numeri sono ballerini e Italia Viva potrebbe essere decisiva", scrive Renzi lanciando una sorta di sondaggio dalla sua e-news sull'operato di Bonafede. Nel merito dei contenuti due sono i temi chiave su cui Iv insiste: quella della giustizia (la prescrizione, in particolare) e il piano shock sui cantieri per la ripartenza economica del Paese. Sul secondo punto Conte ha messo in campo una contromossa, assorbendo, in linea di principio, il piano di Iv nel decreto su semplificazioni e investimenti al quale il governo lavorerà nei prossimi giorni.

Giorni in cui, dall'Europa, arriveranno anche le notizie decisive per la definizione del Recovery Fund. E la proposta franco-tedesca sui 500 miliardi di aiuti, in chiave interna, potrebbe dare una mano al premier: si tratta di trasferimenti a fondo perduto e quindi adatti a sostituire quei 36 miliardi che metterebbe in campo il Mes. Una simile ipotesi, in teoria, potrebbe porre Conte nelle condizioni di far votare il Parlamento sull'intero pacchetto specificando la non attivazione del Mes e aggirando la possibile frattura del M5S. Di certo, per il premier, inizia la fase più delicata. Il pressing di Confindustria non accenna a diminuire così come il rischio che le Regioni, sulle aperture, vadano in ordine sparso.

Italia Viva di Renzi agita di nuovo il governo: "Dialogo con Pd e M5S, il problema è Conte". La minaccia sulla mozione contro Bonafede: "Il premier non dia per scontato il nostro voto"

Una voce di peso di Italia Viva raccolta dall'agenzia di stampa Adnkronos rilancia le tensioni nella maggioranza che sostiene Giuseppe Conte e riconsegna al partito di Renzi il ruolo di spina nel fianco dell'esecutivo. Dalla fonte accuse, allusioni e minacce: "Morire per morire almeno lo facciamo tenendo fede ai nostri principi"


Giurano che non è un bluff, assicurano che una valutazione seria è in corso e che, se entro mercoledì, non ci sarà un chiarimento con il premier Giuseppe Conte ogni scenario è aperto. Italia Viva è sul piede di guerra. E la mozione Bonino su Alfonso Bonafede potrebbe essere lo strumento per il redde rationem. "Conte non dia per scontato che tanto votiamo contro", dice un big Iv all'Adnkronos.

C'è irritazione perché dopo l'ultimo incontro a palazzo Chigi con il premier che aveva, pur nelle difficoltà, aperto un canale di dialogo, i rapporti si sono di nuovo interrotti. "Conte è scomparso. C'erano delle questioni aperte sulle quali tornare e invece... per carità, capiamo tutto: il decreto rilancio, le Regioni, le riaperture ma pensiamo che il premier debba anche farsi carico della tenuta del suo governo. Non si illuda che il nostro sia un bluff", prosegue la stessa fonte.

Oggi Maria Elena Boschi dovrebbe vedere il capo di gabinetto di Conte per lavorare sui punti dell'ultimo incontro: una svolta sulle politiche della giustizia in senso garantista, il piano Shock sui cantieri, il piano Bonetti sulla famiglia. "Un incontro importante - si sottolinea - ma non esaustivo. Serve un incontro politico con Conte se vogliamo cambiare passo e andare avanti".

La mozione Bonino su Bonafede è sullo sfondo e Iv in assenza di un chiarimento potrebbe votarla. "Per noi la mozione Bonino è perfetta e tanti di noi sarebbero pronti a votare la sfiducia a Bonafede. Mettiamola così: noi non vorremmo votare quella sfiducia, ma Conte deve darci il modo di farlo. Deve dirci che da domani le cose cambiano", si spiega da Iv.

Il problema, dicono i renziani, non sono i rapporti nella maggioranza ma con Conte. "Noi non pretendiamo che il Pd o i 5 Stelle la pensino come noi ma un dialogo c'è. Il problema è Conte. Persino i rapporti con i 5 Stelle sono migliori di quelli con il premier...". Iv chiede dunque un passo al presidente del Consiglio perché accolga il pacchetto di proposte di cui si è discusso nell'ultimo incontro e perché ci sia un cambio di passo nella 'considerazione' di Italia Viva nella maggioranza.

"Noi abbiamo 17 senatori, il Pd 35. Non è possibile che noi siamo tenuti fuori da ogni decisione della maggioranza. Non è possibile che ogni nostra proposta sia una scocciatura. Non è possibile che da palazzo Chigi - e questo a Conte lo abbiamo detto nell'ultimo incontro - arrivi l'ordine alla Rai di non parlare di Italia Viva, perché se stare in questa maggioranza significa non portare alcun rafforzamento al partito, morire per morire almeno lo facciamo tenendo fede ai nostri principi".

(Fonte: Adnkronos)

Libano: un paese che alza la testa, cristiani e mussulmani uniti nelle proteste

La crisi politica ed economica è legata all'ondata migratoria dei paesi vicini


Il Libano è uno dei 40 paesi più piccoli al mondo, eppure ospita la più grande percentuale di rifugiati pro capite. La sua vicinanza a Israele e Siria ha fatto sì che migliaia di palestinesi e siriani abbiano cercato rifugio in questo paese che, nonostante abbia subito una crudele guerra negli anni '90, è uno dei più democratici del Medio Oriente. La presenza di oltre un milione di rifugiati ha comportato un enorme onere per il governo e ha comportato un aggravamento della crisi politica ed economica che il paese sta soffrendoLe dimostrazioni qui hanno un background economico puro; le religioni non hanno nulla a che fare con questo. Anche i cristiani praticano normalmente i rituali religiosi senza alcun problema. Il principale fattore scatenante delle manifestazioni è che il governo stava pianificando nuove tasse aggiuntive ai cittadini. Ora la maggior parte delle persone che partecipano alle manifestazioni non hanno più fiducia nel governo. Le loro richieste principali sono un governo di specialisti per salvare il paese, dichiarare la trasparenza bancaria dei conti dei politici e recuperare denaro saccheggiato. In realtà tutti protestano. Uomini e donne, giovani e anziani, cristiani e musulmani, studenti e genitori, questi eventi sono certamente qualcosa che non era mai successo prima in Libano. Cristiani e musulmani in tutte le regioni del Libano sono uniti dietro le stesse esigenze. Le richieste sono l'ultima battaglia per una vita migliore, come dire no alle tasse, chiedere assicurazione medica, chiedere elettricità, lamentarsi della corruzione e delle pessime situazioni economiche in cui vivono. Queste manifestazioni non hanno colori politici; la gente chiede le dimissioni di tutti gli organi politici al governo. Il risvolto della medaglia non è però così positivo, le dimissioni in massa del governo porterebbe il piccolo stato a un drammatico collasso economico. Ed è quello di cui alcuni politici e leader religiosi hanno paura. Il grave problema che ha dato origine alle proteste è il forte flusso migratorio a cui è soggetto il Libano. A otto anni dalla crisi in Siria il numero stimato di rifugiati siriani supera 1,5 milioni; oltre a un gran numero di rifugiati palestinesi. E non c'è fine in vista a questa situazione. In particolare i rifugiati cristiani, che erano e sono ancora invisibili a tutte le comunità europee e internazionali, perché vivono fuori dai campi. Vengono sempre trascurati in termini di supporto o aiuto. Il numero di famiglie cristiane sfollate è in aumento e senza controllo. La presenza dei rifugiati ha un'influenza sulla situazione economica in Libano. Il Libano è un piccolo paese con molti problemi politici ed economici e questa immigrazione ha causato ulteriori oneri al governo. Il tasso di disoccupazione è aumentato, libanesi e siriani hanno difficoltà a trovare lavoro. La situazione economica delle famiglie è pessima, il governo ha cercato di risolvere il problema, imponendo tasse aggiuntive ai cittadini libanesi e questa è stata la causa principale che ha avviato le manifestazioni. Una piccola minoranza sta tornando nel paese d'origine, mentre la maggior parte dei rifugiati sta immigrando in Europa e in Canada in cerca di un futuro migliore. 

  • Pubblicato in Esteri

Traffico di cuccioli di cane, smantellata una banda di otto persone. Ecco cosa facevano e con la complicità di chi (VIDEO)

La polizia stradale di Udine ha smantellato una banda dedita al traffico internazionale di cuccioli di cane. Le indagini sono state condotte dai poliziotti della sottosezione di Amaro e coordinata dal sostituto procuratore Andrea Gondolo e si è conclusa con otto ordinanze cautelari in cui si ipotizza il reato di associazione per delinquere nei confronti di sei cittadini italiani e due stranieri. Operavano nelle province di Bergamo, Como e Reggio Emilia e importavano animali da Ungheria, Polonia e Slovacchia - (VIDEO)


Bergamo, traffico illecito di cuccioli di cane   Sequestrati 150 animali in 6 mesi

Trafficavano cuccioli di cane. La Polizia di Stato ha eseguito 8 misure cautelari personali nei confronti di sei cittadini italiani, una cittadina polacca e un cittadino slovacco. L'indagine della Polizia Stradale di Udine - sottosezione di Amaro - ha permesso di smantellare una banda specializzata nel traffico internazionale di cuccioli di cane. Il gruppo operava nelle province di Reggio Emilia, Bergamo e Como e importava gli animali dall'Ungheria, dalla Polonia e dalla Slovacchia, utilizzando i valichi di confine.

Le indagini sono partite a dicembre 2017, a seguito di un controllo effettuato da una pattuglia che ha intercettato un furgone con 65 cuccioli. Gli animali, di un mese di vita al massimo (condizione che rende illegale il trasporto in Italia), erano sprovvisti della necessaria vaccinazione antirabbica e viaggiavano in  gabbie piccolissime (scatole di cartone o ceste di materiale plastico solitamente utilizzato per il trasporto di uova) poste all'interno del bagagliaio con insufficiente ventilazione e privi di sistemi di abbeveraggio. Cuccioli di razze diverse: volpini, beagle, barboncini, yorkshire terrier, bouldogue francesi, carlini e altri.

La normativa impone che i cani possano essere tolti alla madre dopo aver effettuato il periodo di svezzamento e comunque non prima di avere raggiunto il terzo mese di vita. Condizioni necessarie per poter importare un cucciolo di cane dall'estero ed effettuarne il trasporto sono il possesso di idonea documentazione sanitaria, l'animale deve già essere vaccinato, e con il microchip di identificazione inoculato oltre che essere dotato di un passaporto canino. Ovviamente il trasporto può essere effettuato solo con veicoli idonei che garantiscano la salute dell´animale.

Grazie ad una serie di pedinamenti, all´utilizzo di apparecchiature satellitari e alle intercettazioni telefoniche attivate, gli investigatori hanno potuto fin da subito ipotizzare l'esistenza di un vasto e fiorente traffico illecito di animali da compagnia, operato da questo gruppo criminale che non solo importava illegalmente dall'estero i cuccioli, ma provvedeva anche a "regolarizzarli" e alla loro successiva commercializzazione.

La banda produceva falsa documentazione sanitaria e una microchippatura illegale, grazie al coinvolgimento di un veterinario compiacente, della provincia di Milano. Il gruppo aveva simulato l'esistenza di un allevamento. La commercializzazione poi avveniva oltre che per i normali canali di vendita anche attraverso inserzioni su siti web dedicati al commercio on-line. Il cliente finale acquistava pertanto un cane nella convinzione che questo fosse venuto alla luce in Italia.

I cuccioli acquistati in Repubblica di Slovacchia al costo di 50/100 euro l'uno poteva essere venduto in Italia al prezzo di 750/850 euro. Cuccioli che spesso morivano pochi giorni dopo l'acquisto, proprio per la mancanza di una corretta profilassi sanitaria durante le prime settimane di vita.

(Fonte: Agi)

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